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	<title>bias IA &#8211; Interskills &#8211; Media Company</title>
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		<title>Intelligenza Artificiale, stereotipi e bias</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Nov 2023 10:03:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[
L’analisi di "Rest of World" e Reuters Institute ha evidenziato pregiudizi e stereotipi nei sistemi di IA generativa. Usando Midjourney, il team ha generato 3.000 immagini da concetti chiave in sei paesi, mostrando distorsioni nelle rappresentazioni culturali, di genere e di età.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">Una <a href="https://restofworld.org/2023/ai-image-stereotypes/">recente analisi</a> condotta da “Rest of world”, una pubblicazione senza scopo di lucro che intende individuare limiti e distorsioni delle tecnologie,&nbsp; analisi rilanciata dal Reuters Institute, ha esposto pregiudizi, stereotipi e tendenze riduzionistiche nei sistemi di intelligenza artificiale generativa, evidenziando come queste tecnologie possano falsare la percezione delle identità degli individui, così come già rilevato in precedenza in <a href="https://time.com/5209144/google-search-engine-algorithm-bias-racism/">altri sistemi algoritmici</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">L&#8217;intelligenza artificiale gioca un ruolo sempre più rilevante nella creazione e diffusione delle immagini che influenzano la nostra percezione del mondo e, così come evidenziato nell’analisi queste tecnologie sono tutt&#8217;altro che imparziali, portando con sé pregiudizi e stereotipi che rischiano di consolidare una visione distorta delle diverse culture.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">Il team di “rest of world” ha utilizzato Midjourney, una delle prinicpali piattaforme di IA generativa nel campo del text to image per definire cinque concetti chiave:- “una persona”, “una donna”, “una casa”, “una strada” e “un piatto di cibo”, chiedendone la caratterizzazione in sei paesi differenti: Cina, India, Indonesia, Messico, Nigeria e Stati Uniti. Per ogni combinazione di concetto e paese, sono state generate 100 immagini, creando un dataset composto da 3.000 immagini.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">I risultati di quest’esperimento sono stati sconcertanti: le rappresentazioni delle persone cinesi, indiane e nigeriane erano spesso riduttive e stereotipate. Ad esempio, le immagini generate per “una persona” in Nigeria spesso ritraevano individui in abiti tradizionali, mentre le rappresentazioni di individui statunitensi mostravano una gamma più ampia di abbigliamenti e contesti.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">Le distorsioni erano evidenti anche negli oggetti e nei contesti quotidiani. Le case nei paesi asiatici erano frequentemente raffigurate come piccole e tradizionali, a differenza delle abitazioni negli Stati Uniti, che erano ampie e moderne. Inoltre, il cibo in India e in Nigeria era spesso rappresentato in maniera poco appetitosa, mentre nei paesi occidentali era presentato come gustoso e salutare.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">Anche il genere e l&#8217;età non sono stati risparmiati dalla distorsione. Le immagini di donne, indipendentemente dal paese, tendevano a enfatizzare la giovinezza e la bellezza secondo standard occidentali, trascurando la diversità di espressioni di bellezza presenti nelle diverse culture, mentre gli uomini erano rappresentati come vecchi e saggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">Le implicazioni di queste distorsioni sono enormi, specialmente se riverberate nei settori del marketing e della pubblicità, come sottolinea Valeria Piaggio, manager di Kantar. &#8220;Se lasciati incontrollati, questi strumenti possono consolidare e perpetuare stereotipi dannosi, minando gli sforzi per promuovere una rappresentazione più equa e diversificata&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">Il problema risiede nella natura stessa di queste tecnologie, che apprendono e riproducono i pregiudizi presenti nei dati con cui vengono addestrate.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">La soluzione risiederebbe quindi in un&#8217;analisi critica dei dati utilizzati per l&#8217;addestramento e in una maggiore attenzione verso le fonti impiegate.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">Joy Buolamwini, una delle prime attiviste e ricercatrici nel campo dell’IA, insiste sull’urgenza di una svolta, richiamando l&#8217;attenzione sulla necessità di una revisione delle modalità con cui vengono sviluppati i sistemi di intelligenza artificiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">Buolamwini, la cui prima ricerca ha già spinto colossi del settore tecnologico quali Google, IBM e Microsoft a rivedere le loro tecnologie di riconoscimento facciale, ora punta il dito contro l&#8217;intero settore, accusandolo di pratiche non etiche e paragonabili a un &#8220;colonialismo dei dati&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10)">L&#8217;attivista sollecita un cambiamento culturale nel mondo dell’IA, auspicando la creazione di un ecosistema in cui i programmi vengano sottoposti a test rigorosi prima di essere implementati, e promuovendo lo sviluppo di modelli che dimostrino un impatto positivo sia a livello sociale che ambientale.</p>
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