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	<title>fiducia nei media &#8211; Interskills &#8211; Media Company</title>
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		<title>L’IA nelle redazioni americane, una rivoluzione silenziosa che il lettore non vede</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2025 07:54:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[fiducia nei media]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza Artificiale nel giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[op-ed e automazione]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[Uno studio dell’Università del Maryland rivela che quasi un articolo su dieci nei quotidiani americani è scritto dall’IA ma quasi nessuno lo dichiara.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Nell’ottobre 2025, l’Università del Maryland, in collaborazione con Microsoft, UMass Amherst e Pangram Labs, ha pubblicato uno studio destinato ad analizzare e capire come l&#8217;IA venga utilizzata nel giornalismo contemporaneo, e se viene dichiarato al pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Il report, dal titolo <em>“<a href="https://arxiv.org/abs/2510.18774">AI use in American newspapers is widespread, uneven, and rarely disclosed”</a></em>, analizzando oltre 186.000 articoli online provenienti da 1.500 testate e pubblicati tra giugno e settembre 2025, ha identificato che quasi un articolo su dieci è stato scritto, o almeno rielaborato, da un sistema di IA, con una quasi totale assenza di trasparenza nei confronti del lettore</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Solo cinque articoli su cento, infatti, riportano un’indicazione chiara dell’intervento dell’IA. Un margine di trasparenza talmente minimo da interrogare non solo l’etica professionale, ma il patto di fiducia tra giornalista e lettore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un contesto dominato dalla sfiducia generalizzata nei confronti dei media — alimentata negli ultimi anni da polarizzazione, overload informativo e crisi economica del settore — la mancanza di disclosure introduce un ulteriore elemento di opacità. La credibilità, negli ecosistemi informativi complessi, non è un attributo astratto: dipende dalla percezione di autenticità dell’intero processo editoriale. Quando la tecnologia interviene senza essere dichiarata, il lettore fatica a ricostruire l’origine del testo e a valutare la responsabilità dell’autore.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Nello specifico, l’analisi ha riguardato quotidiani sia locali sia nazionali, in inglese e in altre lingue.<br>Gli articoli analizzati sono stati classificati in tre categorie: <em>human-written</em>, <em>mixed</em> (autorialità mista) o <em>AI-generated</em>. L’obiettivo era stabilire quanto l’intelligenza artificiale fosse effettivamente entrata nel ciclo produttivo del giornalismo e in che misura venisse dichiarata.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Il giornalismo americano, tradizionalmente fondato su rigore, accountability e responsabilità dell’autore, entra così in una fase di ambiguità profonda, la scrittura resta firmata, ma non sempre è interamente umana.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">L’analisi ha permesso anche di mappare la diffusione dell’IA nel panorama mediatico statunitense, rivelando anche forti disparità regionali e strutturali. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="762" height="300" src="https://www.interskills.it/wp-content/uploads/2025/11/Mappa-Uso-IA.webp" alt="" class="wp-image-13272" srcset="https://www.interskills.it/wp-content/uploads/2025/11/Mappa-Uso-IA.webp 762w, https://www.interskills.it/wp-content/uploads/2025/11/Mappa-Uso-IA-600x236.webp 600w, https://www.interskills.it/wp-content/uploads/2025/11/Mappa-Uso-IA-300x118.webp 300w" sizes="(max-width: 762px) 100vw, 762px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Nei quotidiani locali di piccole dimensioni, con tirature inferiori alle 100.000 copie, l&#8217;IA è presente nel 9,3% degli articoli.<br>Nelle grandi testate nazionali, la percentuale scende all’1,7%.<br>Una differenza che, spiegano i ricercatori, riflette la crisi economica del giornalismo locale e la carenza di risorse umane: nelle cosiddette news deserts. In queste aree, l’IA assume spesso un ruolo compensativo, diventando una soluzione praticabile per mantenere attivo un presidio informativo che altrimenti rischierebbe di scomparire.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">L’IA viene impiegata soprattutto nei contenuti più standardizzabili: meteo, scienza e tecnologia, salute pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Molto meno in sezioni ad alta densità interpretativa come religione, politica o giustizia, dove la mediazione umana resta un presidio culturale fondamentale.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="356" height="395" src="https://www.interskills.it/wp-content/uploads/2025/11/Temi.webp" alt="" class="wp-image-13273" srcset="https://www.interskills.it/wp-content/uploads/2025/11/Temi.webp 356w, https://www.interskills.it/wp-content/uploads/2025/11/Temi-270x300.webp 270w" sizes="(max-width: 356px) 100vw, 356px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Un altro ambito approfondito dallo studio è quello degli articoli di opinione, i cosiddetti op ed, sigla di “opposite the editorial page”, testi che esprimono opinioni personali su temi di attualità e che spesso portano la firma di figure esterne alle redazioni, come accademici, politici, economisti o ex membri del governo. </p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">In questo caso, il team tra il 2022 e il 2025 ne ha analizzati 45.000, pubblicati da tre testate simbolo del giornalismo americano: <em>New York Times, Washington Post e Wall Street Journal.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">E proprio in questi spazi di pensiero e influenza, il fenomeno si è rivelato più marcato: gli <em>op-ed</em> sono 6,4 volte più inclini a contenere porzioni di testo generate da IA rispetto agli articoli di cronaca delle stesse testate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’aumento è impressionante: dallo 0,1% nel 2022 al 3,4% nel 2025, un incremento di circa venticinque volte.<br>Un dato che sarebbe già rilevante se riguardasse giornalisti interni, ma che diventa inquietante considerando che molti di questi editoriali portano la firma di figure pubbliche di alto profilo come ex senatori, governatori, CEO, premi Nobel, ex membri del governo statunitense.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="362" height="290" src="https://www.interskills.it/wp-content/uploads/2025/11/Immagine-2025-11-13-201650.webp" alt="" class="wp-image-13274" srcset="https://www.interskills.it/wp-content/uploads/2025/11/Immagine-2025-11-13-201650.webp 362w, https://www.interskills.it/wp-content/uploads/2025/11/Immagine-2025-11-13-201650-300x240.webp 300w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">In altre parole, il potere delle parole, quello che tradizionalmente plasma l’opinione pubblica e orienta il dibattito democratico, sta lentamente passando di mano: dall’autore umano alla macchina che ne imita la voce.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Il rischio principale potrebbe essere una manipolazione del discorso pubblico, poiché i modelli linguistici, addestrati su enormi quantità di dati, sono in grado di generare testi altamente persuasivi, replicando inconsapevolmente schemi retorici e bias ideologici.<br>E non si tratta di un rischio teorico tra i temi in cui l’uso dell’IA è cresciuto più rapidamente figurano giustizia e criminalità, religione ed economia proprio le aree dove la narrazione può orientare il consenso, polarizzare il dibattito e influenzare le decisioni politiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">In questo scenario, l’automazione non si limita più a supportare la produzione giornalistica, ma potrebbe invadere progressivamente lo spazio del pensiero critico, trasformando l’opinione in un prodotto algoritmico, capace di simulare emozioni e convincimenti umani con una credibilità sempre più inquietante.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Si parla dunque di  “autorialità mista”, ossia testi in cui coesistono parti scritte da esseri umani e parti generate dall’intelligenza artificiale. </p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Nel campione analizzato, il 42,7% degli articoli con uso di IA rientra in questa categoria. La scrittura giornalistica non è più un atto unitario, ma un processo collaborativo e assistito, in cui il giornalista definisce la struttura e il tono, mentre l’IA completa, sintetizza o riformula.<br>I ricercatori hanno esaminato dieci reporter veterani, con oltre dieci anni di carriera, per osservare l’evoluzione del loro stile prima e dopo l’introduzione di ChatGPT nel novembre 2022, si passa da quasi 0% di utilizzo prima del 2023 a un 40,4% nel 2025.<br>Nessuno di loro, tuttavia, ha mai dichiarato pubblicamente di aver utilizzato un sistema di IA.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Le differenze stilistiche tra testi interamente umani e testi ibridi sono misurabili. </p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Gli articoli co-scritti con IA risultano più formali e coerenti, ma anche meno concreti e descrittivi, con un linguaggio uniforme, pochi riferimenti a persone o date e un ricorso frequente a elementi tipici della scrittura artificiale, come gli em-dashes, ovvero i trattini lunghi o più lunghi del normale.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">Mentre per le citazioni nel 76% degli articoli con IA che contenevano citazioni lunghe, almeno una proveniva da interviste reali. Ciò suggerisce che i giornalisti non usano l’IA per inventare, ma per intessere una narrazione più fluida attorno a materiali umani esistenti una forma di co-scrittura invisibile che sposta il baricentro dell’autorialità dal <em>chi scrive</em> al <em>chi orchestra</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph" style="margin-top:var(--wp--preset--spacing--10);margin-bottom:var(--wp--preset--spacing--10)">E allora la domanda che resta aperta è<em>: le redazioni sapranno definire i confini dell’autorialità mista, o avranno il coraggio di sanzionare chi usa l’IA per orientare il pensiero pubblico senza dichiararlo?</em></p>
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