Apple sta per entrare, con un “ruolo di osservatore“, nel Consiglio di amministrazione di OpenAI senza scambi finanziari diretti tra le due società ma, l’accordo, annunciato durante la Worldwide Developers Conference (WWDC) il mese scorso, prevede l’integrazione di ChatGPT in iOS 18 come parte del pacchetto Apple Intelligence, che forse è più di un “bid” di azioni e rappresenta un legame a doppio filo che sarà eventualmente difficile, in futuro, sciogliere.

La posizione di osservatore di Apple nel consiglio di OpenAI, si affianca a quella del concorrente Microsoft, che è il principale sostenitore finanziario e tecnologico di OpenAI.

Il rappresentante di Apple sarà Phil Schiller, attualmente Apple Fellow. Schiller, che risponderà direttamente al CEO Tim Cook e potrà partecipare alle riunioni del consiglio senza diritto di voto o altri privilegi direttivi. Tuttavia, la sua presenza garantirà ad Apple un accesso privilegiato alle dinamiche decisionali di OpenAI, mantenendo un occhio sulle innovazioni e le strategie di OpenAI, visto che questa entrerà con la sua IA in tutti i suoi dispositivi.

L’accordo tra le due aziende dovrebbe diventare effettivo entro la fine dell’anno.

Se da un lato l’accordo tra Apple e OpenAI sancisce una svolta inevitabile e senza ritorno, dal punto di vista tecnologico ed organizzativo, questi sviluppi dell’intelligenza artificiale stanno producendo cambiamenti o forse “terremoti” nel mondo economico e finanziario.

Come avevamo già evidenziato, la crescente domanda di chip per IA ha rimodellato gli investimenti finanziari delle grandi aziende, sovvertendo il dominio di aziende storiche: un esempio evidente di questa trasformazione è Nvidia, che ha superato Microsoft e Apple in termini di capitalizzazione di mercato. Le azioni di Nvidia sono aumentate del 3,5% a Wall Street, raggiungendo i 135,58 dollari, con una capitalizzazione di mercato che ha toccato i 3.335 miliardi di dollari.

Queste aziende sovracapitalizzate si muovono spesso anche al di sopra degli interessi o delle disposizioni degli stati, rappresentando, di fatto, sistemi di potere economico autonomi. Nvidia, ad esempio, nonostante gli embarghi sulle esportazioni di prodotti tecnologici dagli Stati Uniti verso Cina e Russia, che avrebbero dovuto frenare la sua attività, è sulla buona strada per vendere chip di intelligenza artificiale per un valore di 12 miliardi di dollari in Cina, dove consegnerà nei prossimi mesi più di 1 milione dei suoi nuovi chip H20,che sono  quasi il doppio di quelli che Huawei prevede di vendere del suo prodotto concorrente cinese, l’Ascend 910B.
Ogni chip H20 costa tra i 12.000 e i 13.000 dollari, il che suggerisce che Nvidia è in grado di generare, come già detto, fino a 12 miliardi di dollari di vendite.

Questo commercio in barba alle norme vigenti si realizzerebbe attraverso una rete di acquirenti, venditori e corrieri, aggirando i controlli sulle esportazioni statunitensi: oltre 70 distributori pubblicizzano apertamente questi chip online, con molti che garantiscono la consegna in poche settimane. Clienti di riferimento: startup e istituti di ricerca.

Anche se Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia ha affermato, durante l’ultima conference call sui guadagni della società a maggio che “Il nostro business in Cina è sostanzialmente inferiore ai livelli del passato , ed è molto più competitivo in Cina ora, a causa delle limitazioni commerciali della nostra tecnologia; tuttavia, continuiamo a fare del nostro meglio per servire i clienti in quei mercati”.

Nel 2021, prima che gli Stati Uniti iniziassero a imporre controlli sulle esportazioni, la Cina rappresentava più di un quarto dei ricavi totali di Nvidia. Anche se il chip H20 vendesse bene come previsto dagli analisti, la Cina potrebbe avvicinarsi a non più del 10 percento delle vendite quest’anno.