The New York Times vs OpenAI: il governo degli Stati Uniti prende posizione

La causa tra The New York Times, OpenAI e Microsoft sull’uso di opere protette da copyright nell’addestramento dei modelli di AI è a un punto di svolta. L’intervento del governo USA, favorevole al fair use, evidenzia la posta in gioco: la leadership americana nella corsa all’AI.

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Nel dicembre 2023, il The New York Times ha citato in giudizio OpenAI e Microsoft per presunta violazione del copyright, accusandole di aver utilizzato i propri articoli per l’addestramento dei loro modelli di intelligenza artificiale. Le aziende tecnologiche si sono difese appellandosi alla dottrina del “fair use” che consente, in determinate circostanze, di utilizzare un’opera protetta dal copyright senza l’autorizzazione del titolare dei diritti. La legge statunitense indica, tra gli esempi di utilizzo che possono rientrare nel fair use, attività quali la critica, il commento, la cronaca, l’insegnamento, la ricerca e lo studio.

I tribunali, inoltre, devono valutare quattro fattori per stabilire se uno specifico utilizzo possa rientrare nel fair use. Il primo riguarda lo scopo e la natura dell’utilizzo, considerando, tra gli altri aspetti, se esso abbia finalità commerciali e se sia trasformativo, cioè se utilizzi l’opera per uno scopo o una funzione significativamente diversa da quella originaria. Il secondo fattore riguarda la natura dell’opera protetta, ovvero il tipo di opera utilizzata. Il terzo considera la quantità e la sostanzialità della parte dell’opera utilizzata, valutando non solo quanto materiale è stato riprodotto, ma anche quanto esso sia importante rispetto all’opera nel suo complesso. Infine, il quarto fattore riguarda l’effetto dell’utilizzo dell’opera sul mercato potenziale e sul suo valore, ossia l’eventuale danno che l’utilizzo può provocare al mercato dell’opera o alla sua capacità di generare valore. L’applicazione di questi criteri, tuttavia, varia in relazione alle circostanze concrete del singolo caso e richiede quindi un’analisi specifica delle modalità e delle finalità dell’utilizzo dell’opera.

È proprio intorno all’applicazione di questi criteri che si sviluppa la controversia tra il The New York Times e OpenAI, che nel corso del tempo ha assunto dimensioni più ampie coinvolgendo altri autori ed editori. Il procedimento è infatti confluito, insieme ad altre controversie relative all’utilizzo di opere protette da copyright per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale, nella multidistrict litigation (In re OpenAI, Inc. Copyright Infringement Litigation), istituita presso il Southern District of New York.

La controversia si è quindi evoluta nel corso del procedimento, arrivando nel settembre 2026 a un passaggio particolarmente significativo. Le parti coinvolte hanno chiesto al giudice federale Sidney Stein di pronunciarsi attraverso il cosiddetto summary judgment, una procedura che consente al tribunale di decidere su una controversia senza procedere a un processo completo quando non sussistono fatti rilevanti realmente contestati. La pronuncia del giudice potrebbe risultare determinante per l’esito della causa e, più in generale, contribuire a definire i limiti entro cui le società di AI possono utilizzare materiale protetto da copyright per l’addestramento dei propri modelli.

Per il The New York Times, il problema è che l’utilizzo dei suoi articoli da parte di OpenAI non sarebbe sufficientemente “trasformativo” da rientrare nel fair use e inoltre questo causerebbe ingenti danni economici. Le aziende tecnologiche sostengono invece che i sistemi di IA non si limitino a copiare i contenuti utilizzati durante l’addestramento, ma ne ricavino modelli statistici generali, successivamente impiegati per produrre testi e altri contenuti originali.

A rendere ancora più rilevante la controversia è l’intervento del governo degli Stati Uniti, che a inizio settembre 2026 ha presentato uno Statement of Interest (dichiarazione di interesse) nel procedimento, prendendo posizione sulle principali questioni giuridiche sollevate dalle cause. Attraverso questo intervento, il governo sostiene una posizione sostanzialmente favorevole alle aziende tecnologiche, ritenendo che l’utilizzo di opere protette da copyright per l’addestramento dei modelli di AI possa rientrare nel fair use e definisce profondamente errata la teoria della “diluizione del mercato” sostenuta da alcuni autori.

Il punto più importante della dichiarazione è che il governo propone di separare giuridicamente l’addestramento dell’AI dai suoi eventuali output. Nello specifico il fatto che un modello possa successivamente generare contenuti concorrenti con quelli degli autori non renderebbe automaticamente illecito l’utilizzo delle opere durante l’addestramento. Il training, infatti, avrebbe una finalità diversa da quella originaria delle opere: queste non vengono semplicemente ripubblicate, ma utilizzate come materiale attraverso cui il modello apprende il linguaggio e produce successivamente nuovi contenuti.

In altre parole, secondo il governo, non è sufficiente che un testo generato dall’AI possa “fare concorrenza” a un articolo o a un libro scritto da un autore umano. Perché si possa parlare di un danno rilevante per il copyright, l’output dovrebbe agire come un vero e proprio sostituto dell’opera originale, compromettendone concretamente la commerciabilità. Non basta, quindi, una generica concorrenza tra contenuti che svolgono una funzione simile o appartengono allo stesso genere.

È una distinzione fondamentale: il fatto che un contenuto generato dall’AI possa svolgere la stessa funzione di un’opera umana non significa necessariamente che ne violi il copyright. A essere protetta, infatti, non è l’idea o il genere dell’opera, ma la sua specifica espressione.

L’intervento non rende gli Stati Uniti parte della causa e non ha valore giuridico vincolante, piuttosto va considerato come un atto consultivo e persuasivo. Il suo peso istituzionale è tuttavia significativo, perché introduce nel giudizio una prospettiva più ampia: la decisione sul fair use non riguarderebbe soltanto la tutela degli autori e gli interessi economici delle aziende coinvolte, ma potrebbe incidere sulla competitività dell’industria americana dell’AI e sulla posizione degli Stati Uniti nella competizione tecnologica globale.

A tal proposito la posizione del governo ha ragioni di interesse nazionale. Gli Stati Uniti ritengono infatti strategico mantenere una forte leadership nell’intelligenza artificiale e temono che un obbligo generalizzato di licenza per ogni opera utilizzata nell’addestramento di modelli AI possa aumentare enormemente i costi, creare barriere all’ingresso e favorire la concentrazione del settore nelle mani delle aziende più grandi con maggior potere economico.

Una posizione che si inserisce nella più ampia strategia statunitense di mantenere la leadership nella corsa all’AI, come emerge dalla dichiarazione del presidente Donald Trump del 13 settembre in risposta agli appelli a rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sottolineando la necessità per gli Stati Uniti di mantenere la leadership nella competizione con la Cina. Ha sintetizzato questa posizione nella frase “whoever wins AI wins”, ovvero “chi vince nel campo dell’IA, vince”, evidenziando come la supremazia nell’IA possa garantire un vantaggio decisivo sul piano tecnologico ed economico.

Al di là della questione strettamente giuridica, questa contesa solleva anche una questione di natura sociologica: l’AI trae valore dalla produzione culturale umana, mentre gli autori potrebbero trovarsi a competere con sistemi sviluppati anche attraverso l’elaborazione di quella stessa produzione. Se la domanda si spostasse verso i contenuti generati dall’IA, potrebbe diminuire il ritorno economico per gli autori, mettendo in discussione gli incentivi a produrre nuova conoscenza e cultura e costringendo i modelli ad addestrarsi su materiali prodotti da loro stessi.

Alcune immagini,traduzioni e sintesi possono essere stati realizzati con ausilio di strumenti di intelligenza artificiale.

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