Verificare la realtà con il visual journalism

Il visual journalism affronta una crisi dell’autenticità: immagini reali possono essere manipolate o decontestualizzate anche grazie alle nuove tecnologie sintetiche. L’indagine visiva deve quindi evolvere, integrando OSINT, tecnologia, fonti dirette e competenze specialistiche per ricostruire e verificare la realtà.

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Lo sviluppo tecnologico e la diffusione dell’intelligenza artificiale stanno trasformando profondamente il settore del visual journalism, rendendo sempre più complesso il processo di verifica delle immagini. La possibilità di generare contenuti falsi, realistici e difficili da distinguere da quelli autentici alimenta il fenomeno della disinformazione e mette in discussione i tradizionali criteri utilizzati per stabilire l’attendibilità di una fotografia o di un video. Queste problematiche sono ampiamente descritte in un interessante raccolta di opinioni pubblicate all’interno di un articolo sulla Columbia Journalism Review.

La domanda non è più soltanto «Come dimostriamo che questa immagine è falsa?», ma anche «Come dimostriamo che questa immagine è vera?». I segnali e gli strumenti che in passato permettevano di riconoscere un contenuto autentico potrebbero infatti non essere più sufficienti.

Nel giornalismo visivo, l’OSINT (Open Source Intelligence) indica l’utilizzo di informazioni provenienti da fonti aperte e liberamente accessibili per raccogliere, verificare e interpretare contenuti. Queste tecniche si sono sviluppate soprattutto nel racconto dei conflitti, dove l’accesso diretto ai luoghi degli eventi è spesso limitato e immagini, video e dati online possono diventare fondamentali per ricostruire ciò che è accaduto.

Tra gli strumenti più utilizzati ci sono la geolocalizzazione, che permette di individuare il luogo in cui è stata realizzata un’immagine o un video, e l’analisi delle immagini satellitari, utile per osservare e documentare i cambiamenti di un territorio nel tempo. A queste si aggiunge la verifica dei contenuti generati dagli utenti, attraverso cui si controllano origine, data e attendibilità di fotografie e video pubblicati online.

Fondamentale è anche l’archiviazione dei contenuti presenti sui social, che permette di conservare materiali che potrebbero essere successivamente cancellati o diventare inaccessibili. Infine, l’estrazione e l’analisi dei dati consentono di individuare collegamenti e informazioni utili alla ricostruzione di un evento.

Principali problematiche legate al visual journalism

Una delle prime questioni sollevate riguarda il problema delle “mezze verità”: si tratta di immagini reali presentate in contesti fuorvianti, senza contesto o non correttamente interpretate.

Il problema del contesto fuorviante o dell’interpretazione errata nasce dal fatto che un’immagine può essere autentica, ma allo stesso tempo essere utilizzata per raccontare qualcosa che non corrisponde alla realtà. Per il visual journalist diventa quindi fondamentale non fermarsi alla verifica tecnica dell’immagine, ma ricostruirne il contesto attraverso altre fonti, testimonianze, dati, geolocalizzazione e confronto con immagini precedenti o successive.

Un caso emblematico di questo fenomeno è quello di una fotografia struggente che raffigurava un bambino sdraiato tra due strutture che sembrano tombe. L’immagine è stata diffusa come immagine della guerra a Gaza. In realtà era un progetto artistico del 2014 del fotografo saudita Aziz Alotaibi, realizzato in Arabia Saudita.

Immagine Reuters

Il secondo problema riguarda la carenza di disponibilità dei materiali visivi durante i conflitti. Rispetto a guerre come quella in Siria o in Iraq, nei conflitti più recenti circolano meno video e immagini che possano essere utilizzati per ricostruire e confrontare gli eventi. Il paradosso è che la diffusione delle tecniche OSINT ha reso più consapevoli del valore strategico delle immagini anche gli attori coinvolti nei conflitti. Se un video può diventare una prova utile per ricostruire un bombardamento, identificare un’arma o documentare una violazione, diventa altrettanto importante impedire che quel materiale venga registrato, pubblicato o conservato. Di conseguenza, possono diminuire le tracce visive disponibili e, con esse, la possibilità per giornalisti e investigatori di ricostruire ciò che è accaduto

Questo rende il lavoro degli investigatori OSINT più difficile, perché spesso la ricostruzione di un fatto dipende proprio dalla possibilità di mettere insieme numerose testimonianze visive provenienti da fonti diverse.

Un chiaro esempio di questa problematica è la situazione che si è creata a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, data fondamentale perché segna l’inizio dell’attuale guerra tra Israele e Hamas. I giornalisti internazionali hanno avuto un accesso estremamente limitato al territorio, mentre gran parte della documentazione visiva è stata prodotta da giornalisti palestinesi, operatori sanitari e cittadini. Le redazioni hanno quindi dovuto lavorare a distanza, mettendo insieme video pubblicati online, testimonianze, immagini satellitari e materiale proveniente da contatti locali.

Nel 2024, infatti, il team di indagini visive del New York Times, ha addestrato un modello per analizzare le immagini satellitari e identificare i crateri lasciati da bombe da 2.000 libbre in zone di Gaza dichiarate sicure per i civili.

Le “immagini ibride”, cioè immagini che partono da un contenuto reale ma vengono successivamente modificate dall’intelligenza artificiale, a volte impercettibilmente in alcuni dettagli, costituiscono un altro livello di difficoltà per il giornalismo visuale. A differenza di un’immagine completamente generata, queste manipolazioni possono essere molto difficili da riconoscere perché la maggior parte della fotografia rimane autentica.

Per questo motivo non è sufficiente affidarsi a un detector automatico ovvero uno strumento tecnologico che può segnalare una possibile alterazione, ma è indispensabile unire la tecnologia al lavoro umano.

Un esempio di immagine ibrida riguarda il caso dello sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino avvenuto a gennaio 2026. Un video realizzato da Torino Oggi documentò l’aggressione a un agente di polizia, Alessandro Calista, che venne circondato e colpito da alcuni manifestanti. Nel video si vede poi il collega Lorenzo Virgulti intervenire per soccorrerlo.

Il giorno successivo, la Polizia di Stato pubblicò sui propri canali social una fotografia che mostrava proprio quel momento, trasformandola di fatto nell’immagine simbolo dell’aggressione. La fotografia venne inoltre inviata all’ANSA e successivamente ripresa da altri media.

Facta, Andrea Zitelli, 2026

Il problema è che la fotografia non era una semplice fotografia originale. Secondo la ricostruzione di Facta, testata giornalistica italiana indipendente specializzata nel fact-checking e nel contrasto alla disinformazione, la foto era stata modificata con l’intelligenza artificiale partendo da un fotogramma reale del video. Nella fotografia modificata infatti scompaiono la maschera antigas e lo scudo dell’agente, cambiano alcuni elementi del suo volto non più coperto dal casco e anche lo sfondo presenta elementi che non corrispondono fedelmente alla scena reale, come la pavimentazione e la ringhiera. Quindi l’immagine che viene presentata al pubblico conserva il riferimento a un episodio realmente accaduto, ma non corrisponde esattamente alla scena reale.

Un’altra questione sollevata è legata al crescente costo dell’OSINT con la diffusione di software e strumenti specializzati. Questo processo ha però spostato l’attenzione dall’obiettivo principale dell’indagine alla tecnologia utilizzata e alla spettacolarizzazione delle competenze:  si sono diffusi analisti improvvisati che, pur avendo competenze tecnologiche, spesso non possiedono sufficienti conoscenze storiche e geopolitiche. Il rischio è che interpretino male le informazioni e amplifichino immagini, video o notizie non verificati, contribuendo così alla diffusione di disinformazione.

Un esempio calzante è il caso di Madaya, in Siria, nel 2016. Durante l’assedio della città circolò la fotografia di un bambino estremamente denutrito, presentata come una vittima della crisi umanitaria di Madaya. L’immagine venne ripresa anche da importanti agenzie di stampa, ma Bellingcat, un’organizzazione specializzata nelle indagini OSINT, verificò successivamente che la fotografia non era stata scattata a Madaya e proveniva da un’altra circostanza. Il caso mostra che il problema degli errori OSINT non riguarda solamente utenti anonimi dei social, ma può coinvolgere anche media e organizzazioni professionali quando la verifica della fonte non è sufficiente

Questi fenomeni ampiamente diffusi stanno generando una crisi di fiducia nelle immagini. Per questo motivo, la verifica non può più basarsi soltanto sull’analisi digitale, ma deve integrarsi con l’OSINT tradizionale e con il lavoro dei giornalisti sul campo, mantenendo sempre al centro le persone e il contesto in cui gli eventi avvengono.

Stiamo assistendo dunque ad un vero e proprio cambiamento epistemico, cioè a un ripensamento del modo in cui stabilire cosa possiamo considerare una prova attendibile. I metodi tradizionali potrebbero non essere più sufficienti e sarà quindi necessario sviluppare nuovi strumenti, protocolli e pratiche di verifica, aggiornandoli continuamente in base all’evoluzione della tecnologia.

Alcune immagini,traduzioni e sintesi possono essere stati realizzati con ausilio di strumenti di intelligenza artificiale.

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