Il grande blocco sull’IA dell’amministrazione Trump

Il “One Big Beautiful Bill Act” introduce una moratoria decennale sulle normative statali sull’IA, offrendo fondi federali in cambio. La clausola ha diviso il panorama politico tra sostenitori della centralizzazione e difensori dell’autonomia statale.

Blocco Intelligenza artificiale USA
in

Tempo di lettura:

4 minuti


Dall’avvio del secondo mandato di Donald Trump, nel gennaio 2025, gli interventi legislativi sono stati numerosi, e uno tra questi è il One Big Beautiful Bill Act (OBBA), un disegno di legge “omnibus” che abbraccia temi diversi, dalle infrastrutture alla spesa pubblica.

Tra le clausole ce n’è una apparentemente tecnica, ma che ha fatto discutere il comparto politico, giuridico e tecnologico in tutto il paese, ovvero una moratoria decennale sulle leggi statali che riguardano l’intelligenza artificiale.

Secondo questa moratoria, gli stati americani non potranno introdurre leggi proprie sull’IA fino al 31 dicembre 2035. In cambio, otterranno priorità nell’accesso ai fondi federali per lo sviluppo digitale, in particolare quelli del BEAD, programma da oltre 42 miliardi di dollari pensato per espandere l’accesso alla banda larga, soprattutto nelle aree rurali.

Un’offerta che suona come compromesso, ma che molti leggono come una forma di pressione: o si accetta la regolamentazione centralizzata dell’IA, o si rinuncia a finanziamenti vitali per la trasformazione digitale delle comunità locali.

In poche settimane, il provvedimento è diventato motivo di scontro ideologico.

Da una parte ci sono i sostenitori di una governance unitaria dell’intelligenza artificiale; dall’altra, i difensori del diritto degli stati a legiferare in autonomia. La domanda centrale è: chi deve stabilire le regole in un’epoca dominata dall’intelligenza automatizzata?

La misura appare semplice, ma nasconde complessità notevoli. Il testo originario della moratoria prevedeva un divieto assoluto per gli stati, della durata di dieci anni, su qualsiasi intervento normativo relativo all’IA. Con l’obiettivo di evitare una serie di regolamenti divergenti che, secondo i promotori, frenerebbe l’innovazione e genererebbe confusione.

Tuttavia, per essere inserita in una legge di bilancio tramite il meccanismo della reconciliation, la proposta ha dovuto affrontare l’ostacolo della Byrd Rule, che vieta l’inclusione di norme senza impatto diretto sul bilancio federale.

Questa regola impedisce che in una legge di bilancio siano inserite misure senza un impatto diretto sulle finanze federali. Così, la clausola anti-regolamentazione statale è stata riformulata: oggi, dunque non c’è più un divieto esplicito, ma una condizione implicita. Se uno stato vuole continuare a ricevere i fondi del programma BEAD, dovrà rinunciare a introdurre leggi proprie sull’intelligenza artificiale.

Il 22 giugno, la nuova versione ha superato il vaglio tecnico del Parlamento del Senato, grazie al via libera della parlamentare Elizabeth MacDonough. Ora la discussione politica può entrare nel vivo e nei prossimi mesi il Congresso sarà chiamato a decidere.

Secondo i promotori della norma tra cui spiccano i senatori J.D. Vance e Ted Cruz il problema non è solo giuridico, ma profondamente strategico. L’intelligenza artificiale, sostengono, è una tecnologia sistemica in grado di influenzare economia, difesa, sanità, scuola, giustizia e pubblica amministrazione. Permettere a ogni stato di muoversi per conto proprio significherebbe creare 50 regolamenti differenti, un mosaico normativo ingestibile per chi sviluppa o utilizza tecnologie IA.

Per i sostenitori della proposta, il rischio da evitare è quello di un’America che si muove a rilento, frenata da 50 modelli regolatori diversi, ognuno con i suoi vincoli, i suoi tempi, le sue interpretazioni. Uno scenario che, secondo loro, metterebbe gli Stati Uniti in svantaggio rispetto a potenze come la Cina, dove il governo centrale stabilisce regole chiare e immediate, permettendo alle aziende di muoversi con sicurezza e rapidità. In questa visione, la centralizzazione non è un’imposizione, ma una necessità per restare competitivi su scala globale.

Eppure, non tutti condividono questa visione.

Al contrario, c’è chi teme che questa moratoria crei un vuoto, un’assenza di regole in cui l’unico potere regolatorio, almeno per un decennio, finirebbe nelle mani delle grandi aziende tecnologiche. È la posizione, ad esempio, di Eric Horvitz, Chief Scientific Officer di Microsoft. Horvitz non si oppone all’idea di una normativa federale, ma mette in guardia contro il rischio di lasciare il campo libero a chi sviluppa queste tecnologie, mentre il governo centrale è ancora lontano dall’approvare una legge organica sull’IA. Secondo lui, senza controlli adeguati, l’intelligenza artificiale potrebbe causare più danni che benefici, alimentando disuguaglianze, violazioni della privacy e discriminazioni algoritmiche.

Accanto a lui si schierano anche numerose organizzazioni civiche, come l’Electronic Privacy Information Center (EPIC), che si batte per i diritti digitali, e la National Conference of State Legislatures (NCSL), che rappresenta i parlamenti statalim entrambe denunciano il rischio che la misura comprima l’autonomia locale senza offrire vere garanzie in cambio.

E qui si tocca uno dei pilastri del sistema americano è proprio il federalismo, il principio secondo cui ogni Stato può legiferare e amministrare certi ambiti in modo indipendente, rispettando però le leggi e la Costituzione nazionale. È così che, nel tempo, gli Stati Uniti hanno potuto sperimentare soluzioni diverse, innovative, a volte persino in contrasto tra loro, ma sempre espressione della realtà locale.

Bloccare tutto questo significherebbe fermare la sperimentazione normativa in corso e, per molti, sarebbe un errore. Proprio queste differenze possono diventare una risorsa indicando le buone pratiche da estendere, o gli errori da evitare.

Anche dal fronte repubblicano arrivano critiche. Senatori come Marsha Blackburn e Josh Hawley, pur appartenendo allo stesso partito di Trump, hanno sollevato perplessità sulla legittimità della misura, si chiedono se sia lecito vincolare l’accesso ai fondi pubblici alla rinuncia a un potere legislativo legittimo.

E dunque potrebbe risultare spontaneo chiedersi se oggi il governo federale può esercitare questo tipo di pressione, cosa impedirà domani che la stessa logica venga applicata ad altri ambiti?

Anche il confronto internazionale offre visioni interessanti.

La Cina, come già accennato, ha scelto un modello iper-centralizzato, con la Cyberspace Administration che controlla direttamente lo sviluppo e l’uso dell’IA. L’Unione Europea, invece, ha appena approvato l’AI Act, un insieme di norme che classifica i sistemi di IA secondo il loro livello di rischio, imponendo vincoli stringenti a quelli considerati ad alto impatto.

Invece, gli Stati Uniti in questo momento si trovano in una fase intermedia. Possiedono un ecosistema tecnologico avanzatissimo, con aziende leader e centri di ricerca d’eccellenza, ma mancano ancora di una regia normativa unitaria.

La proposta dell’amministrazione Trump, con la sua clausola controversa, potrebbe essere solo il primo momento di un confronto decisivo, il dibattito è già iniziato, e nei prossimi mesi sarà il Congresso a dover prendere posizione su quale strada percorrere.

Alcune immagini,traduzioni e sintesi possono essere stati realizzati con ausilio di strumenti di intelligenza artificiale.

I contenuti sono sottoposti a revisione e controllo editoriale umano