Il 6 Aprile 2026, il The New Yorker, una delle riviste più influenti e prestigiose al mondo, ha pubblicato sul suo sito, un’inchiesta dal titolo “Sam Altman May Control Our Future. Can He Be Trusted?” che apre nuovi interrogativi sul cofondatore e CEO di OpenAI. L’inchiesta si fonda su oltre cento interviste e su circa 200 pagine di documenti interni inediti, tra cui memo, messaggi Slack e note private.
Ricostruire in modo approfondito la carriera di Sam Altman e la complessa vicenda del 2023 che lo vide prima estromesso da OpenAI e poi reintegrato nel giro di pochi giorni, è stato l’obiettivo principale dell’inchiesta che ha evidenziato un insieme coerente di dubbi, sospetti e testimonianze che mettono in discussione l’affidabilità di Altman come leader.
La mattina di venerdì 11 aprile 2026 una molotov è stata lanciata contro l’abitazione di Altman a San Francisco. Nessuno è rimasto ferito nell’incidente e un sospettato è stato successivamente arrestato presso la sede di OpenAI, dove minacciava di incendiare l’edificio, secondo quanto riferito dal dipartimento di polizia di San Francisco.
Non esistono elementi che mettano in relazione diretta i due episodi ma, la sera stessa, Altman ha pubblicato un post sul proprio blog sostanzialmente suggerendo un legame tra il clima di tensione esistente sull’IA ulteriormente alimentato dall’articolo del The New Yorker e l’attacco incendiario subito.
Nel post, accompagnato da un’immagine della sua famiglia, esprime il desiderio di dissuadere gesti simili, richiamando l’attenzione sul potere che anche una singola immagine può esercitare.
L’inchiesta del The New Yorker
L’inchiesta del New Yorker mette in fila una serie di elementi che, presi insieme, delineano un ritratto fortemente polarizzato di Altman. Se da un lato, alcuni colleghi e collaboratori lo descrivono come un leader straordinariamente efficace, rapido nelle decisioni e capace di portare OpenAI a un livello di influenza globale senza precedenti, dall’altro, emergono valutazioni molto più critiche: soci ed ex colleghi lo dipingono come sfuggente, talvolta inaffidabile, incline a una comunicazione opaca o incompleta e, in alcuni casi, caratterizzato da tratti descritti come “non ancorati alla realtà” o persino sociopatici.
Una parte dell’inchiesta riguarda memo interni attribuiti a Ilya Sutskever, ex cofondatore e ex Chief Scientist di OpenAI, che sollevano dubbi sulla completezza e accuratezza delle informazioni fornite al board, in particolare sulla questione della sicurezza. Tali materiali sarebbero confluiti in un dossier più ampio di circa settanta pagine contenente screenshot, messaggi Slack e documenti HR, in parte fotografati per eludere i controlli aziendali. Questo dossier descriverebbe un “pattern consistente” di comportamenti ritenuti fuorvianti da parte di Sam Altman, incluse dichiarazioni sui protocolli di sicurezza interni.
In questa prospettiva, la questione assume una dimensione non solo personale ma strutturale: il timore è che il board non fosse pienamente in grado di esercitare il proprio ruolo di controllo su un’organizzazione impegnata nello sviluppo di tecnologie altamente sensibili.
Tra le fonti emerge anche Dario Amodei, CEO di Anthropic ed ex dirigente di OpenAI, che nelle sue note private, raccolte nel corso degli anni, esprime dubbi su leadership, fiducia e processi decisionali dentro OpenAI.
Queste perplessità trovano riscontro anche in un episodio specifico, legato all’accordo con Microsoft del 2019, che evidenzia le tensioni tra i due. Al centro vi sarebbe una clausola coerente con la missione originaria di OpenAI, che prevedeva la collaborazione con altri soggetti nello sviluppo dell’intelligenza artificiale generale (AGI). Secondo la ricostruzione, Altman ne avrebbe tuttavia ridimensionato la portata, attenuandone la forza vincolante.
Una fonte particolarmente critica del suo stile di leadership, riportata nell’inchiesta, parla di una “almost a sociopathic lack of concern”, ovvero di una “mancanza di preoccupazione quasi sociopatica”.
In relazione alla mancanza di trasparenza, quasi fraudolenta di Altman, The New Yorker riporta la testimonianza di un dirigente (anonimo) di Microsoft che ipotizza una “piccola ma reale” possibilità che Altman possa un giorno essere accostato a figure simbolo di grandi scandali aziendali come Bernie Madoff, autore di una delle più grandi frodi finanziarie della storia, o Sam Bankman-Fried, fondatore della piattaforma FTX crollata nel 2022.
L’inchiesta cita perfino il giudizio attribuito a Aaron Swartz, programmatore e attivista per l’accesso libero alla conoscenza, secondo cui Altman sarebbe stato “un sociopatico” di cui non fidarsi mai.
Nel loro insieme, queste testimonianze non si concentrano su un singolo episodio, ma suggeriscono l’esistenza di un modello ricorrente nella gestione delle informazioni, percepito come problematico, insieme a una propensione a privilegiare la crescita rispetto alle cautele legate alla sicurezza.
Uno dei punti più sensibili dell’inchiesta riguardava il modo in cui le pratiche di sicurezza venivano rappresentate al consiglio di amministrazione. Secondo le ricostruzioni, il problema non sarebbe stato l’assenza di controlli, quanto il rischio che questi ultimi venissero descritti in modo impreciso o fuorviante, impedendo al consiglio di amministrazione di avere una visione pienamente fedele della situazione.
Tra gli episodi citati, Altman avrebbe assicurato che GPT-4 fosse stato approvato da un safety panel interno; tuttavia, quando venne richiesta una documentazione a supporto, questa rappresentazione sarebbe risultata almeno parziale. Allo stesso modo, nei memo attribuiti a Ilya Sutskever emerge l’accusa che Altman tendesse a minimizzare l’importanza di approvazioni formali sulla sicurezza. In particolare, durante alcuni colloqui con Mira Murati, all’epoca Chief Technology Officer di OpenAI e responsabile dello sviluppo dei principali sistemi dell’azienda, Altman avrebbe fatto riferimento a presunti obblighi o interpretazioni legali, chiamando in causa il general counsel (ufficio legale); tuttavia, quando Murati verificò direttamente, il legale avrebbe dichiarato di non riconoscere l’origine di tali indicazioni.
Secondo il New Yorker, OpenAI avrebbe parallelamente lavorato per attenuare alcune proposte normative, evidenziando una possibile tensione tra le dichiarazioni pubbliche e la strategia industriale.
L’inchiesta riporta anche episodi che suggeriscono una possibile tendenza di Altman a rappresentare in modo discutibile informazioni strategiche e principi fondativi dell’organizzazione. In un caso, avrebbe riferito a funzionari dell’intelligence statunitense che la Cina stava sviluppando un ambizioso progetto di AGI, sollecitando un sostegno pubblico americano, senza però fornire prove concrete quando richieste.
La crisi di governance del 2023
L’inchiesta evidenzia inoltre una continuità nel tempo delle problematiche, non circoscritte solo al contesto di OpenAI ma già rintracciabili nelle precedenti esperienze professionali di Altman, suggerendo che non si tratti di un suo cambiamento improvviso emerso nella crisi di governance del 2023, quando Altman fu rimosso dall’incarico di CEO, bensì della riproposizione di tratti caratteriali e manageriali percepiti da diversi interlocutori lungo l’intero arco della sua carriera.
Già in Loopt, startup fondata da Altman nel 2005, alcuni dirigenti senior avrebbero chiesto al board di rimuoverlo dal ruolo di CEO a causa della sua scarsa trasparenza. Anche durante la sua esperienza in Y Combinator, uno dei più importanti acceleratori di startup della Silicon Valley, sarebbero emersi e segnali di sfiducia.
Il momento di massima tensione in OpenAI arriva quando nel novembre 2023 il consiglio di amministrazione decide di licenziare Altman. La motivazione ufficiale parla di mancanza di trasparenza nelle comunicazioni. Dietro quella formula, secondo il New Yorker, ci sono mesi di frizioni, accuse interne e documenti che segnalano comportamenti ritenuti fuorvianti. Il consiglio di amministrazione era preoccupato che Altman stesse spingendo per uno sviluppo troppo rapido e commerciale dell’IA (in particolare con GPT-4 e progetti futuri), sacrificando la missione no-profit originaria di OpenAI, che poneva al primo posto la sicurezza dell’umanità. Quando il consiglio si convinse che Altman non fosse affidabile, lo licenziò bruscamente.
Attraverso una campagna aggressiva sui social media e la pressione di investitori e partner strategici, Sam Altman riuscì a ribaltare la situazione: tra questi Thrive Capital, società di venture capital che mise in pausa un accordo da 86 miliardi di dollari, ma anche Microsoft, principale partner tecnologico di OpenAI, e figure di rilievo come Brian Chesky, cofondatore e CEO di Airbnb, e Chris Lehane, esperto di comunicazione e public affairs. Insieme a gran parte dei dipendenti, questi attori si schierarono apertamente a sostegno di Altman, contribuendo in modo decisivo al suo rapido reintegro. Sutskever e altri membri del board persero la carica nel CdA.
In risposta a questa imbarazzante raccolta di accuse e testimonianze, Altman, nel post sopra citato, fa una riflessione rivendicando con orgoglio alcune scelte fondamentali, come l’opposizione al tentativo di controllo unilaterale da parte di Elon Musk, che a suo avviso ha contribuito a preservare l’indipendenza e la continuità dell’organizzazione.
Allo stesso tempo, ammette limiti significativi, in particolare una forte avversione al conflitto, che avrebbe avuto conseguenze negative sia personali sia aziendali. Riconosce inoltre di aver gestito in modo inadeguato lo scontro con il precedente consiglio di amministrazione, contribuendo a una crisi grave per OpenAI. Più in generale, si descrive come una figura imperfetta al centro di una situazione estremamente complessa, segnata da tensioni inevitabili in un ambito ad altissimo impatto come quello dell’intelligenza artificiale, ammettendo: “Ho commesso molti altri errori, sono una persona imperfetta al centro di una situazione eccezionalmente complessa, che cerca di migliorare un po’ ogni anno, sempre con l’obiettivo della missione”.
Il cambiamento culturale di OpenIA dopo il “the Bip”
Un ulteriore asse dell’inchiesta riguarda il cambiamento culturale di OpenAI dopo il ritorno di Sam Altman, al termine dei cinque giorni di crisi del novembre 2023. Secondo questa ricostruzione, si sarebbe prodotta una cesura significativa: a una fase iniziale caratterizzata da maggiore cautela e riflessione sull’AGI sarebbe seguita una nuova impostazione in cui questa diventa una priorità centrale e identitaria, accompagnata da una retorica più assertiva, espressa anche in slogan interni come “feel the AGI”. Inoltre, si assiste ad un ridimensionamento delle strutture dedicate alla sicurezza, tra cui il team sui rischi esistenziali e il gruppo di superalignment co-guidato da Ilya Sutskever.
Nel suo post, Sam Altman risponde alle accuse interpretando le tensioni nel settore come il risultato di dinamiche di potere particolarmente intense, parlando di “un dramma shakespeariano tra le aziende del nostro settore”, che a suo avviso “spinge le persone a fare cose folli”. In questo contesto, utilizza una metafora evocativa: “Una volta che vedi l’AGI, non puoi più non vederla”, spiegando che attorno ad essa si crea una dinamica simile a quella dell’“anello del potere”, non tanto per la tecnologia in sé, quanto per l’idea totalizzante di essere colui che la controlla.
Da questa lettura deriva anche la sua proposta: per evitare che tale concentrazione di potere produca effetti distorsivi, sostiene la necessità di una più ampia condivisione della tecnologia e di un rafforzamento dei meccanismi democratici, affermando che “l’unica soluzione […] è orientarsi verso la condivisione della tecnologia con un pubblico più ampio, in modo che nessuno possieda l’anello” e che “è fondamentale che il processo democratico rimanga più forte delle imprese”. Alla fine, il punto non è solo Sam Altman. È il modello. L’inchiesta pone una domanda più ampia: le attuali strutture di governance sono adeguate a gestire una tecnologia con impatti economici, sociali e militari così profondi? Infine, la questione centrale: chi stabilisce i limiti dell’intelligenza artificiale in ambito militare? Il mercato? L’esecutivo? Il Congresso? Le aziende stesse? Tutte domande che ad oggi restano ancora aperte.











