Da tempo seguiamo le trasformazioni che stanno ridefinendo il giornalismo contemporaneo e l’intero ecosistema dell’informazione, in un contesto politico ed economico globale sempre più instabile.
L’evoluzione tecnologica, nello specifico l’IA, sta modificando in modo strutturale non solo i modelli produttivi dell’informazione, ma anche le dinamiche di potere, accesso e sostenibilità del settore. Questi cambiamenti sono stati spesso descritti come inevitabili, se non addirittura inarrestabili mettendo sotto pressione norme consolidate e modelli editoriali storici.
Tuttavia, di fronte a questa spinta all’innovazione, gli editori e le redazioni hanno continuato a cercare un punto d’incontro per tutelare la qualità del proprio operato e garantire la sopravvivenza del giornalismo come presidio democratico.
Il paradosso è che, mentre si cercano soluzioni per governare l’impatto dell’IA, a subirne le prime conseguenze sono proprio coloro che l’informazione la producono: giornalisti, redazioni, editori. In altre parole, chi produce e difende l’informazione viene indebolito dagli stessi strumenti che dovrebbero rafforzarla.
Questa tensione tra l’intelligenza artificiale e il giornalismo si manifesta ormai su scala globale, attraversando diversi paesi e sistemi mediatici, che pur agendo in contesti giuridici e politici distinti, stanno intervenendo in modo complementare, chi proteggendo la fonte dell’informazione, chi cercando di regolamentare il prodotto finale.
In Francia il confronto si concentra sulla materia prima ovvero il contenuto dell’informazione. Non a caso due delle principali associazioni editoriali del paese, l’Apig (Alliance de la Presse d’Information Générale) e il Sepm (Syndicat des Éditeurs de la Presse Magazine) che rappresentano oltre 800 testate, hanno lanciato un’azione coordinata contro l’utilizzo indiscriminato degli articoli giornalistici per l’addestramento di modelli di intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT.
Al centro della loro denuncia ci sono gli immensi archivi digitali, come Common Crawl e Oscar, che raccolgono e redistribuiscono sistematicamente contenuti protetti da copyright, spesso senza autorizzazione né limitazioni d’accesso.
Questo sistema, di fatto, consente alle aziende tecnologiche di accedere e utilizzare enormi quantità di materiale informativo tramite archivi intermediari, eludendo qualsiasi forma di negoziazione con gli editori e ignorando i diritti di proprietà intellettuale.
La strategia delle testate francesi prevede l’identificazione dei contenuti utilizzati, la richiesta formale di rimozione e l’avvio di eventuali azioni legali.
Mentre la Francia interviene sulla fonte, la Spagna si concentra sul prodotto finale e sugli effetti dell’IA generativa, introducendo regole severe per arginare la disinformazione.
La Spagna ha approvato un disegno di legge che mira a garantire un utilizzo dell’Intelligenza Artificiale etico, inclusivo e vantaggioso per le persone
imponendo l’obbligo di trasparenza: qualsiasi contenuto generato artificialmente, inclusi i cosiddetti “deepfake”, deve essere chiaramente etichettato come tale.
La mancata osservanza di questa norma è classificata come un “reato grave”, punibile con multe che possono arrivare a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato globale di un’azienda.
Oscar López, ministro spagnolo per la trasformazione digitale dichiara “L’intelligenza artificiale è uno strumento molto potente che può essere utilizzato per migliorare le nostre vite… o per diffondere disinformazione e attaccare la democrazia”.
Il provvedimento include anche il divieto di pratiche manipolatorie, come l’utilizzo di tecniche subliminali per influenzare i gruppi sociali più vulnerabili.
E mentre l’Europa cerca di stabilire nuove regole, Oltreoceano si consolida il potere di chi domina l’intero ecosistema digitale con la vittoria legale di Alphabet, società madre di Google, in un importante causa antitrust.
La causa è stata intentata nel 2020 dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti contro il motore di ricerca Google incriminato per abuso di posizione dominante nel mercato della ricerca online.
Nel verdetto pronunciato dal giudice Amit Mehta, Google è stata riconosciuta colpevole di pratiche monopolistiche, ma il tribunale ha evitato soluzioni drastiche come lo smantellamento dell’azienda, giustificando tale scelta con l’argomento che l’emergere della IA generativa (come ChatGPT o Perplexity) rappresenterebbe già una forma di concorrenza emergente, sufficiente a riequilibrare il mercato.
Al contrario, ha optato per rimedi più leggeri, come la condivisione di dati e l’interruzione di accordi esclusivi con i produttori di dispositivi.
Questa decisione, che ha incrementato il valore di mercato di Alphabet di circa 206 miliardi di dollari, è stata interpretata dal mercato non come una punizione, ma come una conferma della solidità del monopolio.
Si tratta di una decisione che, al di là dell’impatto economico immediato, porta alla luce una contraddizione più profonda. La stessa tecnologia che in Europa si cerca di regolamentare — accusandola di sottrarre valore o di favorire la diffusione di contenuti manipolati — negli Stati Uniti diventa invece giustificazione per non ridimensionare il potere di chi già controlla l’ecosistema informativo globale.
Dunque, da un lato l’intelligenza artificiale è descritta come una minaccia all’informazione professionale, alla trasparenza e alla tenuta democratica mentre dall’altro viene presentata come l’argomento ideale per sostenere che esista già abbastanza concorrenza e che quindi non servano interventi strutturali.
In questo scenario il giornalismo parte essenziale dell’infrastruttura democratica, si ritrova sempre più svuotato di potere, di risorse e di centralità. I contenuti prodotti da redazioni e giornalisti vengono assorbiti dalle IA senza compenso, mentre gli effetti della disinformazione generata artificialmente ricadono proprio su di loro: sul loro lavoro quotidiano, sulla fiducia del pubblico, sulla credibilità delle fonti.
Il giornalismo diventa vittima di una doppia delegittimazione: prima economica, perché privato della possibilità di trarre valore dal proprio prodotto; poi culturale, perché messo sullo stesso piano di contenuti automatici, virali, spesso opachi, ma più facilmente distribuiti.
La qualità, elemento che contraddistingue il giornalismo, diventa un fattore marginale in un ambiente in cui visibilità, velocità e viralità contano più della verifica e della responsabilità.
A questo punto, la questione non riguarda più soltanto la sostenibilità economica di un settore, ma la sopravvivenza stessa di uno spazio di conoscenza pubblica fondato sulla fiducia tra editori e lettori.
Infatti, se a dettare le regole della visibilità informativa sono algoritmi proprietari e se l’informazione è ridotta a merce, prodotta da chiunque e validata da nessuno, allora ci si deve chiedere se verrà mai trovata una quadra capace di garantire un futuro al giornalismo di qualità in una democrazia digitale.











