L’intelligenza artificiale è davvero intelligente? Oppure stiamo cadendo in un grande equivoco?
Secondo il filosofo Luciano Floridi e la neuroscienziata cognitiva Anna Christina Nobre, la nostra società sta commettendo un errore di fondo: attribuire alle macchine capacità cognitive che non hanno.
Questo fenomeno non è nuovo, si chiama antropomorfismo, ovvero la tendenza a vedere caratteristiche umane come intenzioni, emozioni e capacità di comprensione, in ciò che umano non è. Succede con gli animali, con gli oggetti e oggi maggiormente con l’IA.
Secondo uno studio di Anna Nobre, il fraintendimento in questione ha origine anche dall’utilizzo di un linguaggio inappropriato e, quindi, fuorviante.
L’autrice parla di “conceptual borrowing”, il fenomeno secondo cui l’IA prende in prestito termini dalla scienza cognitiva e dalla neuroscienza, come “apprendimento”, “attenzione” e persino “allucinazione”, creando l’illusione che l’IA funzioni come la mente umana.
Tuttavia, l’IA non apprende come noi, ma elabora dati attraverso modelli statistici. Non presta attenzione nel senso umano del termine, ma assegna pesi ai dati in base a formule matematiche, e quando sbaglia, non ha vere allucinazioni, ma semplicemente produce errori di output.
E allora, se non è intelligente, come possiamo definirla ?
Luciano Floridi nel suo recente studio, propone una nuova prospettiva: più che parlare di intelligenza artificiale, dovremmo considerarla una nuova forma di agency, ovvero la capacità di agire in autonomia, ma senza possedere coscienza o intenzionalità.
L’IA non pensa, non comprende e non prende decisioni nel senso umano del termine, ma segue algoritmi predefiniti e schemi di apprendimento basati su correlazioni statistiche.
Floridi distingue due tesi contrapposte:
- Artificial Realisability of Intelligence (ARI), secondo cui si dovrebbe ampliare la definizione base di intelligenza per includere anche quella artificiale.
- Multiple Realisability of Agency (MRA), secondo cui si dovrebbe ampliare la nozione di agency per includere anche forme artificiali.
L’autore sostiene che la seconda tesi (MRA) sia più solida, poiché evita interpretazioni antropomorfiche e fraintendimenti sulla natura dell’IA. Secondo lui, attribuire “intelligenza” all’IA è fuorviante, mentre riconoscerla come una nuova forma di “Artificial Agency” (AA) consente di comprenderne meglio il funzionamento, le capacità e i limiti.
L’AA si basa su:
- Obiettivi programmati: L’IA è progettata per raggiungere obiettivi specifici definiti dagli esseri umani, attraverso dei prompt.
- Adattamento guidato dai dati: L’IA impara dai dati, identificando modelli e ottimizzando le proprie azioni di conseguenza.
- Capacità operative uniche: L’IA può elaborare enormi quantità di dati, operare ininterrottamente e svolgere più compiti contemporaneamente.
Se l’IA non è intelligente, ma solo un agente esecutivo, le sue implicazioni nel campo giornalistico potrebbero rivelarsi significative, nello specifico:
- Automazione delle notizie: Se l’IA è vista come un’agency, gli strumenti IA di generazione automatica del testo, sono semplicemente degli agenti esecutivi privi di comprensione e intenzionalità. Questo implica che il giornalismo non può delegare la responsabilità editoriale alle macchine.
- Ruolo nei processi decisionali: L’IA utilizzata nell’analisi delle notizie, può aiutare nella selezione delle tematiche, ma non può decidere cosa sia rilevante o significativo per il dibattito pubblico. Il giornalismo richiede autonomia intellettuale e responsabilità editoriale, qualità che nessun algoritmo possiede.
- Affidabilità e bias: I modelli di IA operando su modelli statistici sono soggetti ad elevato rischio di bias e distorsioni. Dunque, la supervisione umana è essenziale per garantire affidabilità e correttezza delle informazioni prodotte.
- Accountability e regolamentazione: Se l’IA è solo un agente senza coscienza, chi è responsabile del contenuto che produce? A tal proposito, Floridi introduce il concetto di “distributed morality”, secondo cui la responsabilità delle azioni dell’IA è distribuita tra sviluppatori, utenti e istituzioni.
L’IA vista come un’agency, può essere un supporto, uno strumento potente per migliorare l’efficienza del lavoro giornalistico, ma non può sostituire l’essere umano nell’analisi e nella comprensione della realtà.
Nel giornalismo, la narrazione degli eventi richiede più di una semplice aggregazione di dati, serve sensibilità, capacità critica, capacità di interpretazione ed un’etica professionale che le macchine non possiedono.
Per quanto un articolo generato dall’IA possa essere grammaticalmente corretto e stilisticamente raffinato, mancherà sempre di quell’intuizione che nasce dall’esperienza maturata dal giornalista sul campo. Per tanto Floridi ci invita a vedere l’IA per quello che è realmente: uno strumento da utilizzare come supporto alle proprie attività, non un sostituto del pensiero umano.











