Business Insider rimuove 34 articoli sospetti: autori falsi e storie inventate con l’IA

Business Insider ha rimosso 34 articoli firmati da autori inesistenti, tra cui la falsa “Margaux Blanchard”, dopo aver scoperto racconti inventati e dettagli improbabili probabilmente generati con l’IA. Il caso, che ha coinvolto anche Wired e altre testate, evidenzia rischi crescenti per la credibilità del giornalismo e la fiducia dei lettori.

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Business Insider, sito web d’informazione statunitense di proprietà del gruppo editoriale tedesco Axel Springer, ha rimosso 34 articoli firmati da 13 autori diversi, dopo aver scoperto che alcuni di loro erano identità inventate e che i testi contenevano numerose incongruenze.

Tutto è iniziato quando la redazione si è accorta di aver pubblicato due articoli attribuiti a una presunta giornalista di nome “Margaux Blanchard”. I testi, dopo essere stati sottoposti ad un’analisi più attenta, si sono rivelati privi di riscontri reali concreti e, attraverso ulteriori verifiche, la redazione ha accertato che l’autrice non esisteva.

Da lì è nato il sospetto che potessero esserci altri casi simili, spingendo la redazione ad avviare un’indagine interna che ha portato alla rimozione degli articoli riconducibili a diversi autori fasulli, tra cui “Tim Stevensen”, “Nate Giovanni”, “Amarilis J. Yera” e molti altri.

Una revisione condotta dal sito d’informazione The Daily Beast ha mostrato la natura di quei contenuti rimossi, per lo più “saggi personali” di autori/giornalisti (in questo caso inesistenti) esterni alla redazione, testi narrativi e riflessivi che Business Insider pagava tra i 200 e i 300 dollari ciascuno.

Al posto dei testi eliminati, Business Insider ha inserito una nota in cui viene spiegato che tali contenuti non rispettavano i propri standard editoriali.

La questione ha rapidamente oltrepassato i confini della redazione.

Le tematiche toccate nei loro scritti spaziavano dalle esperienze di vita in case di riposo, a consigli pratici per risparmiare utilizzando programmi online, fino a riflessioni personali sul rapporto con i figli o sull’impatto dell’IA in ambiti professionali. Tutti argomenti apparentemente credibili, ma con trame fin troppo perfette, ricche di dettagli contraddittori.

L’analisi dei contenuti rimossi ha rivelato che non si trattava solo di articoli isolati o mal costruiti, ma di una rete di testi probabilmente scritti da una stessa “mano”, caratterizzati da profonde incongruenze narrative e biografie contraddittorie.

Molti degli “autori” coinvolti mostravano infatti profili incoerenti. “Tim Stevensen”, ad esempio, variava da un articolo all’altro il numero dei figli, modificava aspetti della sua vita privata e arricchiva i propri racconti con elementi poco credibili, come turni lavorativi da 20 ore.

A queste incongruenze biografiche si aggiungevano anche l’utilizzo di fotografie reperite online e presentate come personali, insieme a descrizioni culturali e geografiche completamente errate come la apple pie indicata come dolce tipico australiano o Londra definita impropriamente un “paese”.

Neanche i nomi utilizzati risultavano sempre inventati, in alcuni casi erano stati presi in prestito da persone reali. È il caso di “Onyeka Nwelue”, corrispondente a un vero scrittore nigeriano coinvolto nel 2023 in uno scandalo mediatico per aver falsamente dichiarato di essere docente a Oxford e Cambridge. Lo stesso autore ha poi denunciato di essere stato vittima di furti d’identità, con truffatori che utilizzavano il suo nome per accreditarsi presso testate giornalistiche.

Altri episodi e testate coinvolte

Ad essere vittima di questo inganno non è stato solo Business Insider.

Già ad aprile il quotidiano Press Gazette aveva segnalato due saggi firmati da Margaux Blanchard come “probabilmente inventati” e generati dall’IA, evidenziando anche la falsità dell’identità dell’autrice.

A rafforzare i sospetti iniziali è stato Jacob Furedi, editore della newsletter Dispatch. Blanchard gli aveva inviato una proposta che, a prima vista, appariva ineccepibile: l’idea di raccontare la storia di Gravemont, una città mineraria abbandonata in Colorado, trasformata in un misterioso centro di addestramento per poliziotti ed esperti forensi per imparare a ricostruire le cause di un decesso, la proposta aveva tutte le caratteristiche di un reportage affascinante.

Però, proprio questa “perfezione” nello stile ha fatto scattare i suoi sospetti.

Per verificare, Furedi ha provato a cercare informazioni su Gravemont rendendosi conto che quella città non esisteva, nessuna traccia nei registri, nessuna fonte locale, nessuna menzione affidabile online.

Quando ha chiesto a Blanchard di fornire documenti, testimonianze o prove del suo lavoro di ricerca, la presunta giornalista è sparita nel silenzio. Questo ha confermato l’impressione iniziale ovvero di aver letto una storia completamente inventata.

L’inganno dei finti giornalisti non ha risparmiato nemmeno Wired, che aveva pubblicato un’inchiesta su matrimoni celebrati in mondi virtuali come Minecraft e nonostante la struttura apparisse credibile e ben fatta, l’articolo si è rivelato un raggiro.

I redattori di Wired hanno poi ammesso che, nonostante fossero già in vigore sistemi per intercettare testi generati dall’IA, l’autore era riuscito a superarli.

I veri sospetti sono comparsi solo più tardi quando la persona che si presentava come “giornalista” chiedeva pagamenti tramite metodi insoliti, come PayPal o assegno, invece dei normali canali bancari, e soprattutto non era in grado di fornire alcun documento personale per confermare la propria identità.

Una crisi di fiducia nell’informazione

La circolazione di articoli generati sotto false identità grazie all’intelligenza artificiale sta mettendo le redazioni sotto forte pressione, costringendole a rafforzare costantemente gli strumenti di verifica dell’origine e dell’affidabilità dei contenuti. Queste manipolazioni non rivelano soltanto le fragilità dei sistemi di controllo adottati, ma riportano in primo piano anche l’erosione del rapporto di fiducia che da sempre lega chi scrive a chi legge.

Quando la fiducia diminuisce, il giornalismo cessa di essere un servizio pubblico e si riduce a una sequenza di contenuti impersonali, indifferenti alla verità. Ed in questo processo il giornalismo da portatore di verità, rischia di diventare veicolo di menzogne, alimentando la disinformazione anziché combatterla.

Di fronte a tutto questo, le redazioni non possono fare altro che scegliere una difesa attiva con protocolli di verifica rigorosi, l’utilizzo di pratiche di fact-checking e strumenti che affianchino i giornalisti nel distinguere tra ciò che è autentico e ciò che è artificiale. Identificare con chiarezza gli autori, controllare l’attendibilità delle fonti e verificare l’autenticità delle immagini non è più valore aggiunto, ma un requisito minimo per garantire la credibilità della testata.

Ad arrivare a questa conclusione era stato, già tempo fa, il confronto internazionale offerto dalla conferenza Reuters AI and the Future of News 2025, durante la quale diversi esperti avevano sottolineato come, al di là dei progressi dell’IA , fosse ancora l’intelligenza umana, con la sua capacità di porre domande, stabilire connessioni, contestualizzare i fatti e confrontarsi con testimoni reali, a rappresentare il vero argine alla disinformazione. Non è la perfezione formale dei contenuti a garantire qualità e affidabilità, ma il lavoro di verifica, responsabilità e rigore che c’è dietro la produzione, ed è ciò che li rende autentici.

In altre parole si potrebbe parlare di una vera e propria “guerra della realtà”, in cui l’informazione autentica si trova a dover resistere alla pressione di narrazioni artificiali costruite a tavolino.

Alcune immagini,traduzioni e sintesi possono essere stati realizzati con ausilio di strumenti di intelligenza artificiale.

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