IA generativa e giornalismo: questioni di fiducia, trasparenza e disintermediazione

Il Reuters Institute ha pubblicato un nuovo studio dal titolo “Generative AI and News Report 2025” analizzando come l’intelligenza artificiale stia trasformando il giornalismo, tra fiducia, etica e trasparenza

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Il Reuters Institute ha pubblicato un nuovo studio dal titolo “Generative AI and News Report 2025”, a cura di Felix M. Simon, Rasmus Kleis Nielsen e Richard Fletcher.
Si tratta di una ricerca internazionale sul rapporto tra intelligenza artificiale e giornalismo, che analizza come il pubblico e i professionisti del settore percepiscano l’impatto dei modelli IA generativi sul giornalismo.

Lo studio si basa su un’indagine condotta da YouGov, società internazionale di analisi e ricerca demoscopica con sede a Londra, tra giugno e luglio 2025, su un campione rappresentativo di oltre 12.000 persone in sei Paesi – Argentina, Danimarca, Francia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti.
L’obiettivo è comprendere come le persone utilizzano l’IA nella vita quotidiana, quanto si fidano dei suoi risultati e in che misura ne accettano l’impiego nei processi editoriali.

Come osservano gli autori, il pubblico vede l’IA ormai ovunque, ma conserva aspettative molto diverse sul suo impatto nei vari settori, incluso il giornalismo.

Secondo i dati del report, il 61% degli intervistati ha utilizzato almeno una volta un sistema di IA generativa contro il 40% dell’anno precedente. L’uso settimanale è quasi raddoppiato, passando dal 18% al 34%.

La piattaforma più diffusa resta ChatGPT, con un utilizzo del 22% settimanale, seguita da Google Gemini con l’11% , Meta AI con il 9% e Microsoft Copilot con il 6%.

L’uso dell’IA è ormai radicato soprattutto tra i giovani, nella fascia 18–24 anni, quasi sei su dieci interagiscono regolarmente con un chatbot. Eppure, questa quotidianità tecnologica non coincide con una comprensione profonda dei suoi meccanismi.

L’Italia, pur non inclusa nel campione di questo studio, si riconosce in questa tendenza. Secondo il Quinto Rapporto Ital Communications – IISFA, realizzato con l’Istituto Piepoli e presentato al Senato nel luglio 2025, il 77% degli italiani ha già sperimentato strumenti e applicazioni basate su intelligenza artificiale, ma solo il 7% dichiara di comprenderne davvero i meccanismi di funzionamento.
Un dato che mostra con precisione il paradosso della modernità digitale, in cui l’uso ne precede la cultura.

Simon e Nielsen osservano che l’intelligenza artificiale si sta affermando come una nuova interfaccia cognitiva tra l’uomo e l’informazione, sottolineando che “Non è ancora una fonte di notizie, ma un filtro che le interpreta”.

Questo dato, apparentemente tecnico, tocca una questione profonda ovvero quella che potremmo definire “delega cognitiva”.

Quando un utente chiede a un chatbot di “spiegargli” un articolo o una notizia, non si limita a semplificare un linguaggio complesso, ma trasferisce ad un sistema IA la responsabilità di interpretare la realtà.

Solo il 12% degli intervistati si dice a proprio agio con notizie interamente prodotte da IA. La percentuale sale al 21% se è previsto un controllo umano, e tocca il 62% per le notizie scritte solo da giornalisti. È il cosiddetto comfort gap la distanza tra accettazione tecnologica e fiducia morale.

Dunque l’IA è benvenuta come strumento, ma rifiutata come autore. Perché nel giornalismo, affermano gli autori, scrivere non significa soltanto comporre testi, ma scegliere cosa raccontare e perché.

Gli usi più accettabili dell’IA, correzione ortografica, traduzione, indicizzazione, sono quelli definiti invisibili o meglio quelli che non alterano il senso dell’informazione.
Quando invece entra nella sfera del racconto e dunque nella forma, nel tono, nella scelta delle fonti, il disagio cresce infatti, solo il 19% del pubblico accetta la generazione autonoma di testi o immagini giornalistiche.

Fiducia e trasparenza

Il Generative AI and News Report 2025 mostra come la fiducia resti la parte più fragile del giornalismo contemporaneo, e come le differenze culturali pesino ancora molto nel modo in cui le persone percepiscono l’intelligenza artificiale.

A livello globale, solo il 29% del pubblico dichiara di fidarsi dei sistemi di IA applicati al settore dell’informazione.

Ma la distribuzione è tutt’altro che uniforme.
Nei Paesi del Nord Europa, come la Danimarca, la fiducia verso l’uso dell’IA da parte dei media raggiunge valori più alti (circa un terzo del campione), grazie a una tradizione consolidata di trasparenza, alfabetizzazione digitale e cultura del servizio pubblico.
Nei Paesi anglosassoni, invece, i livelli di fiducia si abbassano: nel Regno Unito, dove il dibattito sul rischio di automazione è particolarmente acceso, la percentuale scende sotto il 20%; negli Stati Uniti, dove l’IA è percepita come motore di efficienza ma anche di polarizzazione, la fiducia si attesta su valori simili.

Situazione analoga si riscontra in Francia, dove il 18% degli intervistati considera affidabili le applicazioni di IA nel giornalismo. Qui pesa la forte sensibilità verso il tema dell’autorialità e della tutela della cultura umana, elementi che rendono il pubblico più prudente verso la “scrittura algoritmica”.
Al contrario, in Paesi come il Giappone, la fiducia è più alta: oltre il 35% del campione ritiene che l’IA possa migliorare la qualità dei contenuti, riflettendo un atteggiamento più cooperativo e meno conflittuale tra uomo e macchina.

Il dato più significativo, però, non è solo la percentuale di chi si fida, ma la quota di chi non sa quando l’IA entra davvero in gioco.
Il 77% degli utenti dichiara di informarsi ogni giorno, ma solo il 19% afferma di aver visto indicazioni chiare sull’uso dell’intelligenza artificiale in un contenuto giornalistico.
Ciò significa che la maggior parte del pubblico non è consapevole se le notizie che legge o ascolta siano state scritte, sintetizzate o rielaborate da una macchina.
Il problema, dunque, non è solo la diffidenza, ma la mancanza di trasparenza informativa.

Nel contesto italiano, il vuoto di trasparenza è più marcato.
Poche redazioni, con l’eccezione de Il Foglio, che nel marzo 2025 ha dichiarato pubblicamente l’uso sperimentale di ChatGPT per la redazione di un supplemento, hanno reso note linee guida o policy di disclosure sull’uso dell’IA.
La maggior parte dei media utilizza strumenti di automazione, ma senza comunicare chiaramente al pubblico quando e come vengono impiegati.

Eppure, come sottolinea il Reuters Institute, la trasparenza non è un aspetto tecnico, ma un principio etico: rappresenta il modo in cui una testata afferma la propria lealtà verso il lettore.
“Le persone accettano l’automazione se sanno che un essere umano ne controlla il risultato”, osserva Rasmus Kleis Nielsen, e dunque quando questo controllo diventa opaco, la fiducia evapora.

Il report mette in evidenza tre tipi di approccio all’utilizzo dei sistemi IA nei media:

  1. Il modello nordico, basato su trasparenza e co-creazione: nei Paesi scandinavi l’IA è vista come uno strumento di supporto al giornalismo, integrato in processi editoriali chiari e regolati.
    Qui la fiducia è più alta perché i lettori percepiscono che l’automazione non sostituisce, ma potenzia la qualità del lavoro umano.
  2. Il modello anglosassone, centrato sul dibattito etico e commerciale: negli Stati Uniti e nel Regno Unito la discussione ruota intorno all’impatto economico e alla perdita di controllo umano, alimentando scetticismo e attenzione ai rischi reputazionali.
  3. Il modello asiatico, orientato all’integrazione tecnologica: in Giappone e in altri Paesi dell’Asia orientale prevale una visione più pragmatica e meno conflittuale, in cui l’IA è percepita come parte naturale dell’evoluzione del lavoro umano.

L’Italia, pur non rientrando formalmente nel campione, si avvicina al modello anglosassone: la fiducia è bassa, la trasparenza scarsa e la cultura editoriale ancora in ritardo rispetto alla velocità della tecnologia.

Nel nostro Paese, il giornalista resta figura di garanzia e di fiducia, ma fatica a definire il proprio ruolo in un ecosistema in cui la tecnologia corre più della cultura professionale.

In questo scenario, la legge italiana 1146/2025, rappresenta un passo avanti significativo. La norma introduce obblighi di tracciabilità e trasparenza per i contenuti automatizzati e prevede la figura del responsabile editoriale per l’uso dell’IA nei media, con l’obiettivo di garantire che ogni processo resti sotto supervisione umana.
È un primo tentativo di istituzionalizzare la fiducia, traducendola in regole e responsabilità.

All’interno delle redazioni, l’IA continua però a essere impiegata soprattutto come strumento di efficienza, per la gestione dei flussi di lavoro, la traduzione automatica o l’ottimizzazione SEO, mentre la produzione autonoma di articoli resta limitata a progetti pilota o esperimenti controllati.
Il rischio, come sottolinea il report, è che la tecnologia venga usata come scorciatoia produttiva invece che come alleato cognitivo.

Dunque ci si orienta verso un modello di giornalismo ibrido che richiede redazioni preparate, politiche editoriali chiare e una formazione universitaria capace di integrare competenze tecnologiche e sensibilità etica.

Il report si chiude con un richiamo che riassume il senso di questa trasformazione globale: “Il valore del giornalismo non risiede nella quantità di contenuti prodotti, ma nella capacità di interpretarli e spiegarli. L’IA può assistere in questo processo, ma non può guidarlo.”

Alcune immagini,traduzioni e sintesi possono essere stati realizzati con ausilio di strumenti di intelligenza artificiale.

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