Lo scorso 26 marzo, online e con base all’Università di Oxford, si è tenuta la conferenza “AI and the Future of News 2025”, organizzata dal Reuters Institute for the Study of Journalism.
Il tema centrale dell’evento, è stato il rapporto sempre più stretto e complesso tra intelligenza artificiale ed informazione che ha dato vita ad un confronto aperto sul futuro della professione giornalistica.
Nessun annuncio clamoroso, nessuna svolta epocale, è stato un dibattito concreto sulle criticità, le opportunità e le contraddizioni che l’intelligenza artificiale sta portando nel giornalismo. Temi già noti, ma qui affrontati con maggiore chiarezza.
Il filo conduttore dell’evento è stato un interrogativo che riguarda ormai ogni redazione del mondo: l’intelligenza artificiale è destinata a diventare un alleato prezioso per il giornalismo o rischia di minarne le basi? A provare a rispondere, voci autorevoli del panorama giornalistico, accademico e tecnologico, che hanno affrontato la questione partendo da prospettive diverse, mettendo insieme ricerca, pratica giornalistica e sviluppo tecnologico.
È importante sottolineare che non si è trattato di una conferenza monolitica, bensì di una giornata composta da una serie di panel distinti, ognuno dei quali ha affrontato un aspetto diverso del rapporto tra IA e giornalismo, con esperti e relatori diversi.
Questa articolazione ha permesso di esplorare la questione da più angolazioni, dando voce a chi ogni giorno lavora con queste tecnologie o ne studia gli impatti sociali, politici ed etici.
La consapevolezza condivisa emersa dalla conferenza è che l’intelligenza artificiale non è più soltanto un’ipotesi da laboratorio o un trend da osservare a distanza, ma è già qui, ben radicata nel lavoro quotidiano delle redazioni, capace di ridefinire ruoli, processi e priorità. Non si parla più di futuro, ma di presente.
Dietro questa apparente certezza, ci sono una serie di domande, ad esemopio ci si chiede: come cambierà davvero il giornalismo sotto l’impatto dell’IA? E soprattutto, chi deciderà la direzione da prendere?
Dai panel si può comprendere che non esiste un destino prestabilito dalla tecnologia. Nessun algoritmo può, da solo, determinare che tipo di informazione avremo domani.
Saranno piuttosto le scelte – editoriali, etiche, politiche – a costruire, passo dopo passo, il giornalismo del futuro. Come sollecitato direttamente e indirettamente dai partecipanti ai diversi panel, queste scelte vanno prese ap liù presto.
Nel confronto tra esperti, ricercatori e professionisti si può notare che da un lato, l’IA si presenta come un alleato prezioso: può ottimizzare i flussi di lavoro, ampliare la capacità di analisi dei dati, rendere più accessibili informazioni complesse, e persino liberare tempo per l’approfondimento e l’indagine.
Ma dall’altro, se adottata senza regole, rischia di portare con sé effetti distorsivi come l’appiattimento dei contenuti, perdita di originalità e un progressivo indebolimento del rapporto di fiducia tra giornalisti e lettori.
Per quanto sofisticati possano diventare i modelli linguistici e gli strumenti automatizzati, il cuore del giornalismo deve restare umano. È il giornalista, con la sua sensibilità, la sua esperienza, la sua responsabilità a dare senso ai fatti, a contestualizzarli, a decidere cosa è rilevante e cosa no. Le macchine possono aiutare, certo, possono suggerire titoli, riassumere testi, individuare pattern nei dati, ma non possono sostituire il giudizio critico, né il dovere deontologico che accompagna ogni scelta editoriale. Alla fine, l’insieme dei diversi panel hanno contribuito a delineare una visione del futuro giornalistico complessa ma non priva di speranza.
Il punto su cui si dibatte durante la conferenza, è cercare di riuscire a governare questa trasformazione senza subirla. Per capire meglio come questa riflessione si è articolata nel corso della giornata, vale la pena ripercorrere i diversi panel che hanno suddiviso la conferenza.
- L’IA e il futuro dell’informazione. Cosa sappiamo finora
Il primo panel della giornata, dal titolo “AI and the future of news. What we know so far”, ha avuto il compito di inquadrare il tema in termini generali e offrire una cornice analitica su cui costruire i successivi interventi.
La conferenza si è aperta con le parole di Mitali Mukherjee, direttrice ad interim del Reuters Institute, che ha subito sottolineato l’importanza di un cambiamento consapevole nelle redazioni con l’integrazione dell’IA.
Esortando le redazioni ad integrare strumenti di IA senza perdere di vista i principi cardine del giornalismo, ovvero raccontare i fatti con onestà, difendere la verità e garantire la libertà di espressione.
Ha fatto seguito l’intervento di Richard Fletcher, ricercatore presso il Reuters Institute, che ha presentato alcuni dei dati emersi dal Digital News Report e da altri studi in corso, sulla percezione dei lettori nei confronti delle notizie generate da sistemi IA.
I dati in questione mostrano che la fiducia nei contenuti prodotti dall’IA è ancora bassa. Gli utenti li percepiscono come meno affidabili, meno capaci di interpretare la complessità degli eventi e, soprattutto, privi di quella sensibilità umana che rende un giornalista un narratore affidabile della realtà. Ciò significa che, nonostante i progressi tecnologici, la componente umana rimane un elemento insostituibile per garantire qualità, accuratezza e profondità nell’informazione.
Il panel introduttivo ha posto l’attenzione sulla centralità della relazione tra pubblico e informazione: una relazione che, se mediata da tecnologie opache o non regolamentate, rischia di minare ulteriormente la fiducia già fragile nei media.
2. Potere, profitto e pluralismo nell’era dell’IA generativa
Proseguendo con il secondo panel della giornata, il dibattito si è spostato su un quesito che in questi ultimi anni emerge nelle redazioni di tutto il mondo, ovvero come le organizzazioni editoriali possano preservare la loro rilevanza, tutelare la proprietà intellettuale degli editori e generare ricavi sostenibili in un ecosistema mediatico sempre più dominato dall’IA generativa.
La sessione, moderata da Federica Cherubini, giornalista esperta nello sviluppo della leadership e nella trasformazione del giornalismo al Reuters Institute, ha esaminato le problematiche che le redazioni e gli editori affrontano nell’adattarsi alla rapida evoluzione dei modelli linguistici di IA, tra cui quelli sviluppati da OpenAI e Google.
Felix Simon, ricercatore esperto di IA e informazione digitale presso il Reuters Institute, ha aperto il dibattito analizzando le complesse dinamiche di potere tra gli sviluppatori di IA e le organizzazioni giornalistiche. Il suo intervento si è focalizzato su come le piattaforme di distribuzione delle notizie, sempre più alimentate da algoritmi avanzati, stiano ridefinendo il controllo sull’informazione. Secondo Simon, la sfida principale per le organizzazioni editoriali non è solo quella di stare al passo con i cambiamenti tecnologici, ma anche di capire come posizionarsi in un panorama in cui l’intelligenza artificiale non solo facilita la creazione di contenuti, ma ne rielabora, distribuisce e spesso li monetizza senza passare attraverso il tradizionale modello editoriale.
Un tema centrale emerso nel corso della discussione è stato quello delle licenze sui contenuti e della protezione dei diritti di copyright.
In particolare, si è discusso della difficoltà per i giornalisti e gli editori di tutelare i loro contenuti in un mondo in cui l’IA può accedere e utilizzare materiale pubblicato online spesso scavalcando il consenso degli autori stessi.
Questo argomento è stato ripreso da Matt Rogerson, Direttore delle politiche pubbliche globali e della strategia delle piattaforme al Financial Times. Rogerson ha sottolineato come molte applicazioni di IA siano addestrate utilizzando grandi quantità di contenuti giornalistici prelevati dal web, senza alcun tipo di compenso per i creatori originali. Un approccio che, se non regolamentato adeguatamente, rischia di minare il lavoro delle redazioni professionali e di vanificare il principio stesso di responsabilità editoriale.
Non a caso, negli ultimi anni queste pratiche hanno dato origine a un numero crescente di contenziosi legali.
Ad esempio, alla fine del 2023 il New York Times ha intentato una causa contro OpenAI e Microsoft, accusandole di aver utilizzato milioni di articoli del quotidiano per addestrare i loro sistemi senza autorizzazione. L’azione legale sollevava la questione del danno economico e della tutela della proprietà intellettuale, specie in un contesto in cui i contenuti generati da IA rischiano di sostituire quelli realizzati da redazioni professionali.
Più di recente a febbraio 2025, anche alcuni grandi gruppi editoriali, tra cui Condé Nast, The Guardian, Forbes e Vox, hanno avviato una causa contro la società di IA canadese Cohere, accusata di aver sfruttato opere protette per alimentare i propri modelli linguistici.
In entrambi i casi, il concetto è lo stesso ovvero chi crea contenuti ha diritto a essere riconosciuto e tutelato, anche (e soprattutto) nell’era dell’automazione.
Un altro argomento toccato nel corso del panel è stato quello della pluralità dell’informazione, affrontato da Klaudia Jaźwińska, ricercatrice presso il Tow Center for Digital Journalism, che ha sottolineato come la diffusione di LLM sviluppati da poche grandi aziende tecnologiche possa minacciare la pluralità delle voci nel settore giornalistico.
Se non adeguatamente regolamentata, questa concentrazione di potere potrebbe ridurre drasticamente la varietà di contenuti e opinioni che caratterizzano un’informazione di qualità, riducendo la capacità delle redazioni di garantire un’informazione pluralista e di interesse pubblico.
L’urgenza di affrontare questi temi è stata ribadita anche da Katya Shell, esperta di regolamentazione digitale, che ha mostrato la difficoltà delle istituzioni politiche nell’adattarsi al ritmo dell’innovazione tecnologica. Shell ha sottolineato come, sebbene l’Unione Europea abbia cercato di affrontare la questione attraverso l’AI Act, le normative tendano a rimanere indietro rispetto alle nuove sfide poste dall’intelligenza artificiale. In particolare, l’esperta ha insistito sulla necessità di stabilire principi etici condivisi e vincolanti per le aziende che sviluppano IA, in modo che il loro impiego nel giornalismo avvenga nel rispetto della trasparenza e dei diritti di chi produce contenuti.
“Il pubblico ha il diritto di sapere se un contenuto è stato generato, o anche solo elaborato, da un sistema automatizzato,” ha affermato Shell, ribadendo la centralità della trasparenza in un’era in cui la costruzione dell’informazione rischia di essere “sostituita” da decisioni sempre più artficiali.
Il panel ha raccontato con chiarezza come, nell’età dell’intelligenza artificiale generativa, il giornalismo si trovi a fare i conti con tre forze centrali: il potere, sempre più concentrato nelle mani delle grandi piattaforme; il profitto, che rischia di spostarsi lontano da chi i contenuti li produce; e il pluralismo, che si affievolisce quando poche tecnologie IA filtrano le voci che arrivano al pubblico.
3. Primo contributo breve dedicato alla ricerca
Nel terzo panel della giornata, intitolato “Research Lightning Talk”, l’attenzione si è spostata su un tema già introdotto all’inizio della conferenza, ovvero come il pubblico percepisce l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel giornalismo. Il formato di questa sessione è una lightning talk che prevede interventi brevi e incisivi, pensati per condividere rapidamente i risultati di ricerche in corso e offrire spunti immediati alla discussione.
Protagonisti dell’incontro sono stati Richard Fletcher, ricercatore presso il Reuters Institute e Amy Ross Arguedas, ricercatrice, che hanno presentato i dati del Digital News Report 2024 e di uno studio dedicato alle reazioni del pubblico di fronte ai contenuti generati da IA.
L’obiettivo, qui, è quello restituire uno sguardo sintetico ma denso sulle paure, le aspettative e le richieste di trasparenza che stanno emergendo tra i lettori in questa fase di trasformazione giornalistica.
In particolare Fletcher, già intervenuto durante il primo panel, ha proseguito il suo approfondimento sulle tendenze emergenti nel consumo delle notizie, concentrandosi stavolta sulle percezioni del pubblico riguardo all’uso delle tecnologie IA nel giornalismo.
I dati raccolti nel Digital News Report 2024 hanno messo in evidenza che, sebbene i consumatori stiano diventando sempre più consapevoli del ruolo crescente dell’IA nella produzione delle notizie, persistono forti dubbi sulla qualità e l’affidabilità dei contenuti generati dalle macchine. In particolare, i lettori si dimostrano scettici sul fatto che l’IA sia in grado di cogliere la complessità degli eventi e fornire il contesto necessario per una comprensione approfondita delle notizie. La sensazione diffusa è che, per quanto l’IA possa essere uno strumento utile, essa non può sostituire la sensibilità e l’accuratezza che solo un giornalista esperto può offrire.
Amy Ross Arguedas ha contribuito con una prospettiva interessante, esplorando come diverse categorie di pubblico reagiscono all’uso dell’IA.
Il suo studio ha rivelato che le opinioni sull’IA nel giornalismo variano sensibilmente in base ad alcune variabili specifiche come: età, livello di istruzione e alle abitudini di fruizione delle notizie.
Secondo quanto esposto dalla ricercatrice, i giovani si mostrano generalmente più aperti all’idea di consumare contenuti generati dall’IA, ma anche tra di loro emerge una richiesta chiara di maggiore trasparenza: vogliono sapere come e da chi i contenuti sono stati prodotti.
In contrasto, le generazioni più anziane tendono a rimanere più scettiche riguardo all’impiego dell’IA, preferendo un approccio giornalistico che coinvolga una maggiore supervisione umana.
Una tematica che emerge con forza dall’intervento di Ross Arguedas riguarda la crescente domanda di trasparenza da parte dei consumatori.
Il pubblico non si accontenta più di sapere semplicemente se una notizia è stata generata da un sistema automatizzato, ma richiede anche chiarezza riguardo al dietro le quinte della produzione del contenuto.
La fiducia, infatti, sembra essere l’elemento necessario per il successo di qualsiasi iniziativa che impieghi l’ IA nel giornalismo.
4. I giornalisti stanno raccontando al loro pubblico le storie più rilevanti sull’intelligenza artificiale?
L’avvio del quarto panel è stato caratterizzato da una domanda : i giornalisti stanno raccontando le storie più rilevanti sull’intelligenza artificiale per il loro pubblico? Con l’IA che sta influenzando in profondità tutti gli aspetti della società, la domanda centrale è come i giornalisti possano comunicare questi cambiamenti in modo che siano non solo comprensibili, ma anche significativi per chi legge.
Il panel, moderato da Eduardo Suárez, Direttore editoriale del Reuters Institute, ha visto la partecipazione di tre esperti, ciascuno con un’esperienza diversa nel trattare l’IA all’interno dei contesti informativi.
Insieme a Suárez, hanno condiviso le loro prospettive Hadmin Akuna dal Paraguay, co-fondatrice e direttrice editoriale di Elsortidor, un’organizzazione di notizie innovativa nel suo paese. Il panel includeva anche Sannuta Raghu, responsabile del laboratorio AI di Scroll, una testata giornalistica indiana, che sta attualmente lavorando a un progetto sull’IA. A completare il gruppo di discussione c’era Katharina Schell vicedirettrice editoriale dell’agenzia di stampa austriaca APA ed ex ricercatrice del Reuters Institute. il cui progetto si concentra sull’etichettatura dei contenuti generati dall’IA.
Suárez ha introdotto gli esperti sottolineando la loro provenienza da tre paesi molto diversi, tre diverse organizzazioni giornalistiche, con background e ruoli altrettanto differenti, anticipando una conversazione ricca sul tema dell’IA nel giornalismo.
Hadmin Akuna, prendendo la parola per prima, ha osservato come in Paraguay e in gran parte dell’America Latina, le storie sull’intelligenza artificiale nei media manchino ancora di uno sguardo critico. La maggior parte degli articoli tende a essere relegata alle sezioni tecnologiche, concentrandosi prevalentemente su prodotti e capacità, mettendo in luce l’innovazione, l’efficienza e le caratteristiche di mercato. Quando l’IA non è trattata nella sezione tecnologica, la narrazione riguarda solitamente l’adozione dell’IA da parte del governo o di aziende private, spesso senza un’adeguata analisi critica. Akuna ha evidenziato come, nonostante alcuni paesi come Brasile e Cile abbiano sviluppato strategie nazionali sull’IA, il Paraguay e la maggior parte dell’America Latina siano in ritardo nello sviluppo tecnologico e dell’IA in generale.
Successivamente, Sannuta Raghu, dall’India, ha posto l’accento sul fatto che, provenendo da un paese con un robusto settore ingegneristico, gran parte delle notizie, della contestualizzazione, dell’apprendimento e della costruzione intorno all’IA proviene da ingegneri e influencer, piuttosto che da giornalisti indipendenti. Ha riconosciuto che esistono giornalisti indipendenti molto preparati sul tema, ma sono troppo pochi per riuscire a incidere davvero sulla copertura mediatica generale, che resta ancora limitata. Secondo Raghu, gran parte della comprensione delle politiche sull’IA arriva invece da avvocati e organizzazioni per i diritti digitali, soprattutto attraverso i social media dove il confronto è più aperto e orizzontale.
Inoltre, Sannuta Raghu ha proposto un nuovo modo di guardare all’informazione digitale attraverso il concetto di “news atom”. Secondo questo concetto, ogni notizia non è più un articolo unico e statico, ma un insieme modulare di elementi – paragrafi, dati, immagini, video – che possono essere riorganizzati automaticamente in base agli interessi e ai bisogni del lettore. L’obiettivo è offrire un’esperienza personalizzata, più sintetica per chi cerca una lettura rapida, più approfondita per chi desidera capire meglio.
Infine, Katharina Shell, riferendosi ai paesi di lingua tedesca e all’Europa centrale, ha descritto una copertura giornalistica sull’intelligenza artificiale ancora fortemente guidata dall’hype tecnologico, un entusiasmo che spesso prende il sopravvento sull’analisi critica lasciando in secondo piano le implicazioni sociali, economiche ed etiche di queste tecnologie.
Secondo Schell, le notizie sull’IA tendono a concentrarsi quasi esclusivamente sull’innovazione tecnica dei modelli, oscillando tra entusiasmi e timori eccessvi senza offrire un quadro complessivo dello scenario dell’IA.
Il racconto dell’impatto dell’IA sulla società risulta così poco chiaro, frammentario, e raramente orientato a fornire informazioni davvero utili al pubblico. Ha sottolineato come questo tipo di approccio, che spesso si limita a porre domande generiche senza approfondire le risposte, finisca per allontanarsi dai principi di un giornalismo responsabile, che dovrebbe aiutare le persone a comprendere cosa significhi davvero l’intelligenza artificiale per le loro vite quotidiane.
5. Secondo contributo breve dedicato alla ricerca
Durante il secondo Research Lightning Talk della conferenza, Rasmus Nielsen, Rasmus Nielsen, ricercatore senior presso il Reuters Institute e docente all’Università di Copenhagen, ha analizzato il modo in cui il pubblico percepisce l’uso dell’intelligenza artificiale nel giornalismo e, più in generale, nelle piattaforme digitali.
Secondo Nielsen, l’opinione pubblica sull’intelligenza artificiale applicata all’informazione non si forma soltanto attraverso i media, ma è profondamente influenzata dalle esperienze quotidiane che le persone hanno con la tecnologia. L’interazione con app, social network o assistenti virtuali modella inevitabilmente il modo in cui ciascuno di noi immagina l’uso dell’IA anche nel campo dell’informazione.
Nielsen ha descritto uno scenario in cui cittadini, utenti e lettori si trovano al centro di una competizione per catturare la loro attenzione. A contendersela ci sono gli editori tradizionali, le grandi piattaforme digitali e un insieme di soggetti, dai creator e influencer, fino a politici, agenzie di comunicazione, aziende e organizzazioni , tutti accomunati dal desiderio di orientare opinioni e comportamenti.
Nonostante il dibattito critico che si legge su giornali e riviste accademiche, Nielsen ha sottolineato che la maggior parte delle persone si avvicina a queste tecnologie con una sorta di ottimismo cauto. C’è consapevolezza dei problemi, dalla disinformazione all’uso discutibile dei dati, ma c’è anche il riconoscimento che molte piattaforme hanno migliorato concretamente la vita quotidiana.
Quando si parla di intelligenza artificiale generativa, le aspettative sono alte.
Molti pensano che cambierà profondamente settori come la scienza, la sanità e l’informazione nei prossimi cinque anni, ma il livello di fiducia verso il suo utilizzo varia notevolmente da settore a settore. Le persone si fidano dell’utilizzo dell’IA nei campi come la sanità e la ricerca scientifica, mentre restano diffidenti verso il mondo dei media, della politica e dei social. Giornali e piattaforme social, nel sentire comune, si trovano sullo stesso piano, sono entrambi percepiti come poco affidabili nell’uso di queste nuove tecnologie.
Una parte del problema, secondo Nielsen, è che molte persone non hanno ancora avuto esperienze dirette con l’intelligenza artificiale. Di fronte a queste incertezze, cresce la richiesta che sia lo Stato, e non solo le aziende private, a stabilire regole chiare sull’utilizzo dell’IA. Una spinta alla regolamentazione che è destinata a crescere, nonostante siano già state proposte e in alcuni casi approvate diverse misure legislative al rigurardo.
Cosa significa tutto questo per il giornalismo?
Secondo Nielsen, i media devono prepararsi ad un pubblico che, sempre più spesso, darà per scontato che i contenuti siano stati generati da un’intelligenza artificiale, indipendentemente dal fatto che lo siano davvero. In un simile scenario, la trasparenza e la coerenza editoriale non sono più un valore aggiunto, ma una condizione indispensabile per mantenere la fiducia. Le redazioni devono dimostrare nei fatti che l’uso dell’IA può avvenire in modo responsabile, rispettando i principi del buon giornalismo e offrendo valore reale al pubblico.
6. Come tre importanti redazioni stanno usando l’intelligenza artificiale
Il dibattito si è poi animato con il sesto panel della giornata, in cui si raccolgono le testimonianze di chi l’intelligenza artificiale la maneggia quotidianamente dietro le quinte dell’informazione.
Dylan Freedman, machine learning engineer e giornalista del New York Times, ha raccontato come insieme ai suoi colleghi utilizzi software avanzati per analizzare enormi quantità di dati in tempi rapidissimi, identificando pattern e anomalie che altrimenti richiederebbero settimane di lavoro manuale.
Tuttavia, ha voluto chiarire un concetto essenziale: l’automazione non può sostituire il lavoro umano nella verifica delle fonti, nella selezione del linguaggio e nell’interpretazione dei risultati. L’intelligenza artificiale, per quanto potente, deve essere considerata un supporto e non un sostituto dell’esperienza giornalistica, afferma Freedman.
Natalie Malinarich, direttrice ad interim per Crescita, Innovazione e Intelligenza Artificiale alla BBC, ha mostrato in che modo la BBC sta integrando l’intelligenza artificiale nel proprio lavoro quotidiano, con un’attenzione particolare a due ambiti: la lotta contro la disinformazione visiva e l’innovazione nel racconto sportivo.
Da un lato, Malinarich ha illustrato uno strumento interno sviluppato dalla BBC per rilevare deepfake, ovvero i video manipolati con l’intelligenza artificiale che possono sembrare autentici ma sono in realtà costruiti ad arte, spesso con intenti ingannevoli. Questo strumento serve a preservare l’affidabilità dei contenuti che l’emittente propone al pubblico, ed è pensato per essere utilizzato con la supervisione umana, in un modello detto “human in the loop”. In pratica, l’IA fornisce un primo livello di analisi, ma è sempre un giornalista a validare il contenuto.
Questo approccio riflette la volontà della BBC di mantenere al centro la responsabilità editoriale, anche nell’era dell’automazione.
Dall’altro lato, Malinarich ha parlato anche di un progetto sportivo, che usa l’IA per trascrivere automaticamente i commenti radiofonici in diretta e individuare i momenti salienti delle partite, generando aggiornamenti testuali in tempo reale per le pagine web dedicate a eventi sportivi non trasmessi in televisione.
Si tratta di un modo per estendere la copertura informativa ad eventi che, per limiti logistici o di budget, non possono essere seguiti con le modalità tradizionali.
Anche in questo caso, l’obiettivo è migliorare il servizio al pubblico, sfruttando le potenzialità dell’IA senza sostituire l’intervento umano.
Liz Lohn, del Financial Times, ha descritto alcuni esperimenti innovativi condotti con l’uso dell’intelligenza artificiale nella redazione. In particolare, uno dei progetti riguarda la generazione automatica di sintesi in tre punti per ogni articolo. L’idea parte dal fatto che molti lettori usano già strumenti esterni per ottenere sintesi rapide dei contenuti, quindi il FT ha deciso di offrire direttamente questo servizio, integrandolo nella propria piattaforma.
Un altro esperimento punta a favorire la partecipazione dei lettori, facendo generare all’IA delle domande da inserire alla fine degli articoli con l’obiettivo di stimolare discussioni più approfondite e interattive nella sezione commenti.
In questo scenario, il ruolo del giornalista si trasforma, non scompare, assumendo un nuovo compito, quello di progettare e supervisionare questi contenuti flessibili, per garantire che ogni versione della notizia sia completa, coerente e corretta.
7. Come trasformerà la società l’intelligenza artificiale?
La conferenza “AI and the Future of News 2025” si è evoluta nel corso della giornata, passando dalle applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nel giornalismo a una discussione più ampia sul ruolo che questa tecnologia giocherà nell’intera società.
Nel panel finale, dal titolo “How will AI reshape society? “l’attenzione è stata rivolta oltre i confini delle redazioni, con un focus sulle implicazioni che l’IA avrà su settori chiave come la politica, l’educazione e le disuguaglianze sociali.
Moderato dalla direttrice che ha aperto la conferenza, Mitali Mukherjee, il panel ha visto la partecipazione di tre esperti provenienti da diverse aree disciplinari, ognuno dei quali ha offerto una prospettiva diversa sul futuro dell’intelligenza artificiale.
Chris Summerfield, direttore dell’UK AI Safety Institute, ha iniziato il suo intervento invitando a ripensare l’intelligenza artificiale non solo come una semplice imitazione delle capacità cognitive umane, ma come uno strumento che potrebbe, se progettato con attenzione, rafforzare le istituzioni democratiche, promuovere il dialogo pubblico e facilitare una maggiore partecipazione civica. Secondo Summerfield, l’IA ha il potenziale di diventare un alleato prezioso per le democrazie, contribuendo a creare spazi di discussione pubblici più inclusivi e rappresentativi. Tuttavia, ha anche avvertito che il suo utilizzo deve essere ben regolato per evitare abusi e manipolazioni.
Victoria Nash, direttrice dell’Oxford Internet Institute, ha offerto un punto di vista critico sull’adozione globale dell’intelligenza artificiale, mettendo in risalto i rischi di generalizzazioni nell’analizzare l’impatto di questa tecnologia.
Ha affermato che gli effetti dell’IA dipenderanno dal contesto in cui verrà implementata. Sebbene l’IA possa aprire opportunità straordinarie, come la personalizzazione dell’educazione e l’ottimizzazione dei servizi, Nash ha osservato che i suoi effetti coinvolgeranno anche sfide educative, tanto per i giovani quanto per gli adulti. Il futuro dell’IA, ha sottolineato, dipenderà dalla capacità di formare una società consapevole del suo potenziale, in grado di usarla in modo responsabile e informato.
Infine, Roxana Radu, professoressa presso la Blavatnik School of Government, ha concluso con una riflessione aperta sul futuro della società con l’IA , ponendo una domanda: l’intelligenza artificiale riuscirà a includere tutti, o finirà per accentuare le disuguaglianze sociali già esistenti?
Con questa domanda ha voluto mostrare che se la tecnologia IA continua ad avanzare a un ritmo accelerato, chi non ha accesso alle risorse per comprenderla o utilizzarla rischia di essere escluso. +Radu ha quindi sottolineato l’importanza di mettere in campo politiche mirate e strategie inclusive, in grado di garantire a tutti l’educazione digitale e l’accesso alle tecnologie.
Per questo motivo, ha concluso Radu, è importante avviare un confronto serio sugli effetti che queste innovazioni possono avere sul tessuto sociale, andando oltre una visione puramente tecnica del progresso, e rimettendo al centro del dibattito le persone, le comunità e i diritti.











