Le controversie legali su OpenAI non si placano. Un documento depositato martedì 4 marzo presso la Corte Distrettuale della California conferma che Alec Radford, ex ricercatore dell’azienda e uno dei principali sviluppatori della tecnologia alla base di ChatGPT, è stato citato in giudizio in una delle numerose cause per violazione del copyright avviate contro la startup.
Secondo la documentazione, lo scorso 25 febbraio, Radford ha ricevuto un mandato di comparizione per testimoniare nel procedimento legale denominato “In re: OpenAI ChatGPT Litigation”, un’azione collettiva promossa da alcuni autori tra cui Paul Tremblay, Sarah Silverman e Michael Chabon.
I querelanti accusano OpenAI di aver utilizzato le loro opere senza autorizzazione per addestrare i modelli di intelligenza artificiale, consentendo così a ChatGPT di generare testi che riprenderebbero parti dei loro lavori senza senza attribuire loro alcun riconoscimento.
OpenAI respinge le accuse, sostenendo che il suo operato rientra nella dottrina del fair use, che consente l’uso limitato di materiali protetti da copyright senza necessità di autorizzazione. Tuttavia, questo principio è soggetto a vincoli: dipende dallo scopo dell’uso, dalla quantità di contenuto impiegato e dal suo impatto economico sulle opere originali. Se i querelanti dimostrassero che l’addestramento dell’IA danneggia il valore commerciale dei loro testi, il fair use potrebbe non essere applicabile, e soprattutto in questi casi, dovrà essere stabilito in tribunale.
Non è la prima volta che OpenAI affronta questo tipo di accuse.
Nel 2023, la Corte ha respinto due rivendicazioni dei querelanti, ma ha permesso di procedere con l’accusa di violazione diretta del copyright, mantenendo aperta la questione della legalità nell’addestramento dei sistemi IA.
La scelta di convocare Radford non è casuale.
L’ex ricercatore entrato in OpenAI nel 2016 è stato il principale autore della ricerca che ha portato alla creazione dei modelli GPT, la tecnologia su cui si basa ChatGPT. Ha inoltre contribuito allo sviluppo di Whisper, il sistema di riconoscimento vocale, e di DALL-E, il generatore di immagini. Alla fine dello scorso anno, ha lasciato l’azienda per dedicarsi alla ricerca indipendente.
Ma Radford non è l’unico ex dipendente di OpenAI nel mirino degli avvocati. Secondo TechCrunch, anche Dario Amodei e Benjamin Mann, oggi a capo della startup Anthropic, sono stati convocati. Entrambi, però, si oppongono alla richiesta, sostenendo che testimoniare sarebbe troppo complesso e gravoso.
Il caso Radford è solo uno dei tanti procedimenti in corso contro OpenAI ed altre aziende di intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti si contano attualmente 38 cause per violazione del copyright, tra cui le cosiddette “Newspaper Cases“, che vedono testate come il New York Times e il Daily News intentare azioni legali per l’uso non autorizzato dei loro contenuti.
Alcuni tribunali stanno cercando di trovare soluzioni alternative attraverso collaborazioni sperimentali tra editori e aziende di IA. Un esempio è il caso Concord Music Group vs Anthropic, che ha portato a un accordo in cui Anthropic si impegna a implementare misure di protezione (guardrails) per evitare l’inclusione di contenuti protetti senza licenza nei futuri modelli di IA.Tuttavia, non è ancora chiaro se queste soluzioni si rivelino realmente efficaci.
Le tensioni legali non si fermano agli Stati Uniti. Anche in India, OpenAI è sotto accusa. L’agenzia di stampa Asian News International (ANI) ha citato in giudizio l’azienda, sostenendo che abbia utilizzato i suoi contenuti protetti per addestrare modelli come ChatGPT senza autorizzazione.
Di fronte alle crescenti pressioni, OpenAI ha accettato di interrompere il data scraping dal sito di ANI, inserendolo in una lista nera a partire dal 2024.











