Martedì 30 settembre, OpenAI ha presentato ufficialmente Sora 2, la seconda generazione del suo modello di intelligenza artificiale per la creazione di video.
Con questa nuova versione, Sora evolve in un’app social autonoma – completa di feed, funzioni interattive e dinamiche di community.
Attualmente, l’app è accessibile solo su iOS negli Stati Uniti e in Canada.
Il suo lancio segna comunque l’ingresso di OpenAI nel territorio finora dominato dai social come TikTok, YouTube Shorts e Instagram Reels, con una proposta radicalmente diversa, in Sora, tutti i contenuti sono creati dall’IA. Non è possibile caricare video reali, non si possono usare clip girate con il proprio smartphone. In questo “social AI” è la simulazione, non la registrazione, ad essere la norma.
Novità tecniche di Sora 2
Se la prima versione di Sora era stata presentata come il “momento GPT‑1 del video”, ovvero un primo passo ancora incerto ma promettente, Sora 2 invece viene paragonato a GPT‑3.5 per i video: un modello che non solo genera brevi video, ma simula ambienti e persone rispettando le leggi della fisica avvicinandosi sempre più alla realtà.
Ad esempio se un giocatore di basket sbaglia un tiro, la palla rimbalza sul tabellone, anziché teletrasportarsi magicamente nel canestro. È una differenza sottile, ma importante. Perché è proprio nella capacità di modellare il fallimento, l’imprevisto, l’errore umano che l’IA si avvicina alla credibilità del mondo reale.
Ma il realismo si manifesta non solo nel rispetto delle leggi della fisica, infatti Sora 2 sarebbe in grado anche mantenere la coerenza narrativa tra più inquadrature, seguire istruzioni articolate e restituire una continuità visiva e logica che, fino a pochi mesi fa, sembrava fuori portata per i sistemi IA.
Inoltre, in questa nuova versione l’audio è integrato in modo nativo con dialoghi, suoni ambientali, paesaggi sonori. Ogni video generato potrebbe essere paragonato a tutti gli effetti ad una micro‑scena cinematografica, in quanto anche la durata dei video è aumentata fino a 10 secondi.
Oltre alla maggiore coerenza narrativa e alla presenza dell’audio nativo, Sora 2 introduce anche un’altra novità: il cameo, ovvero dopo una breve registrazione del proprio volto e della propria voce, l’utente può essere inserito all’interno dei video generati.
La propria immagine può comparire in scenari fantastici, storici o surreali.
È una forma inedita e potente di auto‑rappresentazione artificiale, che proietta l’identità in mondi narrativi generati, sfumando sempre più la distinzione tra il sé reale e il proprio avatar. L’utente ha comunque il pieno controllo: ogni utilizzo viene notificato, il consenso può essere revocato in qualsiasi momento, anche se il video non viene pubblicato.
La svolta culturale: da contenuto vissuto a contenuto generato
In questo scenario, la costruzione della presenza online cambia radicalmente: non si tratta più di condividere esperienze vissute, ma di immaginare e modellare versioni alternative di sé stessi, spesso più attraenti della realtà stessa.
OpenAI ha trasformato il suo modello in una piattaforma social a tutti gli effetti. Sora 2 è un’app che, nella forma, ricorda TikTok, con un feed verticale, scorrimento continuo, possibilità di commentare, mettere “mi piace” e remixare. Ma il contenuto è completamente diverso.
Ogni video è generato dall’IA, dunque è un rovesciamento concettuale la finzione diventa la base, non più l’eccezione a cui fare “attenzione”.
A questo punto, vale la pena chiedersi: cosa accade ai concetti di informazione, narrazione e autenticità, in un mondo dove la realtà non è più qualcosa da documentare, ma da generare?
L’attenzione nell’era del feed
Viviamo in un’epoca in cui l’attenzione è diventata una risorsa scarsa, fragile e frammentata. Studi come quelli della professoressa Gloria Mark dell’Università della California mostrano come il multitasking digitale comprometta la concentrazione e aumenti lo stress cognitivo. Ogni interazione online tende a essere breve, impulsiva, parziale. È proprio in questo contesto che si inserisce Sora, come una possibile risposta culturale alla frammentazione crescente dell’ecosistema digitale.
OpenAI afferma infatti che Sora 2 non è progettata per massimizzare il tempo trascorso sulla piattaforma, come avviene per i social tradizionali, ma per incentivare la creatività. La logica del suo feed segue un principio controcorrente: anziché promuovere i contenuti più virali o “clickabili”, il sistema privilegia quelli che hanno maggiori probabilità di ispirare nuove creazioni. In questo senso, Sora si presenta come una piattaforma che cerca di superare l’era del doomscrolling e dell’engagement compulsivo.
Non a caso, anche la personalizzazione del feed si basa su un’interazione attiva tra utente e sistema: non è più un algoritmo a decidere cosa mostrare, ma è l’utente stesso a definire, in linguaggio naturale, che tipo di contenuti desidera vedere. Per questo motivo, viene favorita una relazione più consapevole e orientata alla qualità dell’esperienza, piuttosto che alla sua quantità.
Un’attenzione particolare è rivolta anche alla sicurezza dei minori, con l’introduzione di limiti quotidiani, filtri per i cameo e strumenti di parental control integrati con ChatGPT.
Autenticità visiva: un concetto da ridefinire
Di fronte ad una novità di questo tipo, è necessario fare un’analisi attenta dei potenziali rischi.
In un mondo dove tutto può essere simulato, la distinzione tra vero e falso si fa sempre più sottile. OpenAI ha previsto watermark visibili, notifiche di contenuto sintetico, e filtri per impedire la generazione di contenuti dannosi o fuorvianti. Ma la minaccia dei deepfake è reale.
Un riflesso diretto di questa trasformazione riguarda soprattutto il giornalismo digitale, che si trova a operare in un contesto dove l’autenticità visiva è sempre più difficile da verificare. La diffusione online di contenuti generati da IA per loro natura realistici ma costruiti artificialmente impone una ridefinizione del concetto stesso di “fonte attendibile”.
In passato, bastava un video a “dimostrare” un fatto; oggi, la prova visiva può essere tanto manipolabile quanto una citazione inventata. Le redazioni, già sotto pressione per la velocità della notizia e l’inseguimento dell’algoritmo, devono ora fare una distinzione tra il verosimile e il verificato.
Dunque, il compito del giornalismo non è più solo quello di trasmettere le informazioni, ma quello — ben più complesso — di proteggerne l’integrità semantica. In un ecosistema dominato da feed personalizzati, contenuti sintetici e viralità emotiva, il ruolo del giornalista si trasforma, da semplice testimone a mediatore critico.
Chi protegge cosa: l’asimmetria dell’opt-out
Sul piano legale, la questione del copyright resta ancora largamente irrisolta. I modelli IA come quelli di OpenAI hanno generato e continuano a generare dubbi sul modo in cui vengono addestrati, soprattutto in relazione all’utilizzo di contenuti protetti da diritti d’autore.
OpenAI ha infatti confermato che i suoi modelli possono generare contenuti ispirati a opere protette da copyright, a meno che i titolari non richiedano espressamente di essere esclusi tramite un meccanismo di opt-out. In pratica, se un autore o un’azienda non interviene per vietare l’utilizzo delle proprie opere come riferimento, queste potrebbero comunque influenzare gli output generativi del sistema.
Alcuni, come Disney, hanno già esercitato il diritto di esclusione, per proteggere i propri personaggi, ambientazioni e marchi da usi non autorizzati. Ma questa politica ha innescato un acceso dibattito, soprattutto tra i creativi indipendenti e gli operatori del settore culturale, che vi leggono una sorta di “presunzione di consenso” implicita.
In questo schema, infatti, l’onere di difendere le proprie opere ricade sugli autori, costretti ad agire per sottrarsi al sistema, piuttosto che su chi lo gestisce, che può continuare a utilizzare i contenuti in assenza di opposizione formale.
Nel frattempo, i grandi concorrenti non restano a guardare. Meta ha lanciato il suo feed video AI “Vibes”, Google sta potenziando il suo modello Veo 3 su YouTube.
Sora 2 si inserisce come una piattaforma che non si limita a generare video, ma introduce un nuovo modo di costruire narrazione, identità e immaginario visivo. In un ambiente digitale dove la realtà può essere simulata con precisione crescente, diventa centrale sviluppare nuovi strumenti culturali per interpretare ciò che vediamo.
In un panorama in cui la generazione sintetica di contenuti diventa sempre più realistica, la realtà potrebbe progressivamente diventare solo una delle tante opzioni narrative possibili. La distinzione tra ciò che è autentico e ciò che è verosimile rischia di sfumare, e la percezione del “vero” potrebbe essere influenzata non solo dai fatti, ma dai “like” ricevuti.











